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Con la web tax l'Italia ha incassato 637 milioni nel 2025, gli Usa propongono di penalizzare le controllate italiane per ritorsione

Cos’è successo
Si chiude a Washington la missione fiscale del Parlamento europeo. Il capodelegazione Luděk Niedermayer riferisce che gli Stati Uniti vedono nell'OCSE “la piattaforma giusta” e che il lavoro sulla tassazione digitale è forse ripartito. Dal Congresso arriva però una leva unilaterale.
Il 16 settembre il deputato repubblicano Ron Estes ha depositato la proposta H.R. 10431. L'imposta anti-erosione statunitense (BEAT) colpisce i pagamenti delle società americane verso società del gruppo all'estero: la proposta esenta quelli diretti in Paesi con tassazione effettiva di almeno il 18,9%, salvo che applichino un'imposta sui servizi digitali. L'Italia supera la soglia, ma perderebbe l'esenzione per la propria imposta digitale, che nel 2025 ha reso €637 milioni (+40%).
Perché conta
Il meccanismo meno ovvio riguarda chi paga. L'imposta digitale italiana grava per circa l'85% su società statunitensi. La BEAT colpirebbe invece anche le controllate americane dei gruppi italiani: i loro pagamenti alla capogruppo per interessi, canoni o servizi resterebbero soggetti al prelievo minimo del 10,5%. La ritorsione contro un'imposta pagata dalle piattaforme americane ricadrebbe sull'industria italiana.
- Sul minimo globale Washington ha già ottenuto l'esenzione. Con l'accordo OCSE “side-by-side” del 5 gennaio 2026 gli Stati Uniti conservano un sistema “simile, ma non del tutto identico”: i loro gruppi sfuggono alle regole con cui altri Stati ne tassano i profitti esteri. Quelli europei restano nel regime pieno fino alla revisione del 2029;
- La ritorsione passa dal fisco perché la leva commerciale si è ristretta. Il 20 febbraio 2026 la Corte Suprema ha escluso i dazi fondati sui poteri d'emergenza; l'istruttoria commerciale alternativa richiede circa 12 mesi. È plausibile che la pressione passi al codice fiscale, perché l'intesa UE-USA fissa un tetto del 15% ai soli dazi;
- Il Parlamento europeo chiede una tregua fiscale e prepara un'imposta digitale propria. Per il bilancio 2028-2034 propone un prelievo digitale come risorsa propria, stimato tra €5 e oltre €40 miliardi l'anno. Resta aperto se le imposte nazionali diventeranno merce di scambio con Washington o base di un prelievo comune.
Adesso
- Breve termine (15-20 ottobre 2026): il Documento programmatico e il disegno di legge di bilancio 2027 diranno se il governo tocca l'imposta digitale, assente dalle priorità di Giorgetti. Un intervento segnalerebbe una trattativa con Washington. L'esito determina se i gruppi con controllate negli Stati Uniti devono prezzare nei piani 2027 il rischio BEAT sui flussi infragruppo;
- Medio termine (dicembre 2026 – 2027): il rapporto Ocse al G7 sull'economia digitale, atteso entro fine anno, e l'iter della H.R. 10431, oggi senza co-firmatari. Se approvata, si applicherebbe dagli esercizi successivi al 31 dicembre 2026. Su questo si misura la convenienza di spostare finanziamenti e canoni infragruppo verso sedi prive di imposta digitale;
- Lungo termine (2028-2029): la revisione Ocse dell'accordo “side-by-side” e l'avvio del bilancio UE. Se nascesse un prelievo digitale europeo, la clausola Estes potrebbe estendersi all'intero mercato unico, perché colpisce l'esistenza dell'imposta, non chi la riscuote. Da qui dipende se l'asimmetria tra gruppi europei e statunitensi diventa permanente.