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Con la manifattura ferma al 12,4%, l'India resta indietro anche rispetto a Vietnam e Messico nella corsa post-Cina

Cos’è successo
Rhodium Group, azienda di consulenza strategica americana, ha pubblicato un'analisi sulle ambizioni manifatturiere indiane. Il rapport esamina dieci settori (automotive, elettronica, farmaceutica, semiconduttori, rinnovabili, tessile e altri) e misura i progressi reali rispetto alle ambizioni governative di fare dell’India un nodo centrale delle catene del valore globali. Nonostante le politiche di incentivi in attoe le riforme introdotte, la quota del settore manifatturiero sul PIL è scesa al 12,4% nell’ultimo decennio, lontanissima dall’obiettivo del 25% fissato per il 2025.
Solo il 4,2% della popolazione in età lavorativa ha ricevuto una formazione professionale formale. Parallelamente, però, alcuni settori hanno registrato risultati significativi: la produzione di smartphone è passata da 26 miliardi di dollari nel 2020-21 a oltre 60 miliardi nel FY 2024-25, con un forte aumento delle esportazioni, soprattutto verso gli Stati Uniti. Il programma di sussidi all'automotive ha attratto 8 miliardi di investimenti a fronte di 3 miliardi di incentivi pubblici, mentre lo schema per le batterie avanzate è praticamente fallito (solo 2,8% della capacità target realizzata).
Perché conta
L’India è da anni presentata come la principale alternativa “democratica” alla Cina nelle catene di fornitura globali, ma continua a rimanere indietro rispetto a Vietnam e Messico nella cattura delle quote di mercato lasciate libere da Pechino.
- I programmi messi in atto dimostrano come la politica industriale del governo ha avuto dei successi concentrati (elettronica e, in parte, rinnovabili) negli ambiti nei quali il valore aggiunto locale non è troppo ambizioso. Viceversa, i più numerosi fallimenti (tra cui le batterie) mostrano i limiti di target troppo aggressivi e di un ecosistema ancora debole;
- I colli di bottiglia strutturali al settore manifatturiero indiano restano enormi: scarsità di manodopera formata, difficoltà nell’acquisizione di terreni industriali, regolazione pesante e una forza lavoro che preferisce spesso i servizi perché meglio retribuiti e più flessibili. Il problema è che i servizi, specie in outsourcing dal resto del mondo, stanno subendo una forte pressione per via del reshoring, da una parte, e dell'intelligenza artificiale dall'altra -- che insieme all'aumento dei prezzi dell'energia -- stanno a loro volta indebolendo l'economia nazionale.
Adesso
- Nei prossimi 2-3 anni l’India dovrà dimostrare di saper replicare il modello dell’elettronica su scala più ampia, aumentando il contenuto locale dei componenti e non limitandosi all’assemblaggio finale;
- Gli accordi commerciali (UE, Regno Unito, potenzialmente USA) e le barriere crescenti ai prodotti cinesi offrono una finestra di opportunità; se New Delhi riuscirà a sfruttarla senza allentare troppo i controlli sulla qualità e sulla sicurezza, potrà catturare quote di export significative;
- Sul medio termine (fino al 2030-31) il vero test sarà se le riforme su lavoro, terra e regolazione si tradurranno in miglioramenti concreti sul terreno. Solo allora l’India potrà passare da “potenziale beneficiario” del decoupling dalla Cina a vero hub manifatturiero competitivo. In caso contrario, rischia di ripetere i fallimenti dei decenni precedenti, a cui si aggiunge però un sistema internazionale nettamente diverso: più chiuso, più instabile, caratterizzato da alti prezzi dell'energia (a cui l'India è vulnerabile) e da maggiori barriere commerciali (il cui abbattimento in passato ha favorito la crescita indiana).