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Con il 10,3% dell'import dalla Cina contro il 7,5% della Germania, l'Italia è esposta al costo dello scudo contro la concorrenza sleale voluto da Parigi e Berlino

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Con il 10,3% dell'import dalla Cina contro il 7,5% della Germania, l'Italia è esposta al costo dello scudo contro la concorrenza sleale voluto da Parigi e Berlino

Cos’è successo

Il 5 ottobre 2026 Emmanuel Macron e Friedrich Merz scrivono a Ursula von der Leyen e chiedono un nuovo strumento contro i Paesi che minano la concorrenza leale, fino all'esclusione immediata dal mercato unico, se serve. La Cina non è nominata, ma è il bersaglio. La novità è la firma tedesca: Berlino, finora più prudente verso Pechino, sposa la linea di Parigi.

L'8-9 ottobre il commissario al Commercio, Maroš Šefčovič, sarà a Pechino: a giugno l'Ue aveva chiesto alla Cina concessioni concrete entro ottobre. Nel frattempo, Pechino ha aperto un'indagine per vendite sottocosto su un prodotto chimico europeo. Il deficit Ue con la Cina vale circa 1 miliardo di euro al giorno, con importazioni salite del 45% in cinque anni.

Perché conta

  • Il meccanismo meno ovvio riguarda la regola di voto. Lo strumento Ue contro le pressioni economiche, in vigore dal 2023 e mai usato, scatta solo con il sì di almeno 15 governi con il 65% della popolazione - quattro Stati con oltre il 35% bastano a fermarla. Parigi e Berlino rovesciano la logica: la Commissione propone e la misura passa, salvo il no di 15 Stati con il 65%. Fermarla diventa più difficile che approvarla;
  • La Germania cambia linea perché il danno tocca ora i suoi settori di punta. Il documento allegato cita uno shock industriale su farmaceutica, aerospazio, auto, macchine utensili e chimica. A maggio una richiesta analoga di Italia, Francia e altri tre Paesi era partita senza Berlino; oggi l'agenda la fissa un asse a due, senza Roma.
    L'Italia dipende sempre più dalla Cina; la protezione costa anche a chi la chiede. Secondo Istat, nel 2025 la Cina pesa per il 10,3% dell'import italiano, contro il 7,5% tedesco e il 6,6% francese; il rapporto tra import cinese e produzione manifatturiera è salito di circa il 60% dal 2017. Se le misure colpiscono i beni intermedi, sale il costo di produzione di chi li usa;
  • Il conto delle ritorsioni cinesi resta senza una definizione di chi paga. Il documento chiede di esaminare le ritorsioni e il loro impatto Stato per Stato, e invoca solidarietà senza dire chi paga. Secondo Bloomberg, a luglio la Commissione studiava aiuti alle imprese colpite, senza importo definito. Ne deriva una tensione: più lo strumento è automatico, meno i governi possono negoziare compensazioni prima.

Adesso

  • Breve termine (8-16 ottobre 2026): a Pechino Šefčovič chiede un freno all'export cinese e la proroga della tregua sulle terre rare; il 15-16 ottobre il Consiglio europeo discute la proposta franco-tedesca. Conta perché senza risultati cresce la spinta verso strumenti più duri. Da qui dipende se chi ha forniture cinesi critiche deve cercare subito alternative.
  • Medio termine (novembre-dicembre 2026): il 10 novembre scade la tregua cinese sull'export di terre rare; a dicembre è attesa la proposta Ue sullo strumento di diversificazione. Conta, perché si vedrà se arriva anche lo strumento di reazione, e con quale regola di voto. Su questo si misura la scelta italiana: difendere il peso dei governi o chiedere compensazioni finanziate.
  • Lungo termine (fine 2026 – maggio 2027): Berlino pubblica entro l'anno la prima strategia di sicurezza economica, Parigi avrà un nuovo presidente a maggio 2027. Conta perché l'iter è lungo e l'asse deve reggere fino al voto finale. L'esito determina se le imprese pianificano su regole stabili o mutevoli con i governi.

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