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Con 2.500 PMI fornitrici dei grandi gruppi difesa, l'Ue genera il 70% del valore bellico ma resta frenata da certificazioni diverse in ogni Paese e scarso accesso al credito

Cos’è successo
Uno studio del Parlamento Europeo firmato da Daniel Fiott (Vrije Universiteit Brussel) analizza il ruolo delle PMI nella base tecnologica ed industriale europea della difesa. Le PMI rappresentano il 99% delle imprese UE, 2.500 di queste sono fornitori ai grandi primes nella difesa (Airbus, Thales, Leonardo, Rheinmetall) e generano circa il 70% del valore dei sistemi di difesa europei, oltre a essere fonti principali di innovazione in AI, sistemi autonomi, quantum, materiali avanzati e cyber. La guerra in Ucraina ha dimostrato come la rapidità di adattamento sul campo dipenda proprio da queste imprese. Ciononostante, persistono barriere strutturali: vincoli finanziari (cicli lunghi di sviluppo e certificazione scoraggiano investitori privati; il 40% delle PMI ha difficoltà di accesso al credito), frammentazione regolatoria (certificazioni nazionali diverse, clearance di sicurezza, controlli all'export) e ostacoli politici (preferenze nazionali, rapporti consolidati con i grandi contractor). L’UE ha creato un’ampia architettura di strumenti (EDF con oltre 360 milioni dedicati a innovazione/PMI, EUDIS, EDIP, FAST, DEF 2.0, AGILE, SAFE, HEDI) per un totale di oltre 10 miliardi di euro tra 2021 e 2027, ma le PMI faticano ancora a superare le “Valley of Death” tra prototipo, certificazione e produzione/procurement.
Lo studio evidenzia le lezioni ucraine (certificazione ridotta da 2-3 anni a 2-3 mesi, marketplace diretti, cicli sensor-to-shooter accelerati) e formula raccomandazioni concrete: maggiore finanziamento nel prossimo MFF, riconoscimento mutuo delle certificazioni, semplificazione delle procedure, accesso facilitato a strutture per test e migliore integrazione tra strumenti per evitare proliferazione e complessità amministrativa.
Perché conta
Le PMI sono il motore dell’innovazione e della scalabilità di cui l’Europa ha bisogno per ricostruire capacità produttiva e autonomia strategica, ma senza rimuovere barriere concrete restano escluse dal mercato della difesa nonostante la spesa crescente. Lo studio quantifica il gap tra retorica politica e realtà operativa.
- Evidenzia come la modernizzazione militare europea abbia bisogno di accelerare l'integrazione del suo ecosistema innovativo (PMI e startup);
- I fondi e nuovi strumenti non bastano senza riforme strutturali su certificazione, procurement e accesso ai test; senza di esse l’Europa rischia di continuare a produrre innovazione che non arriva sul campo.
Adesso
- Il Parlamento e la Commissione potrebbero tradurre le raccomandazioni in proposte concrete per il prossimo MFF (riconoscimento mutuo delle certificazioni, piattaforme unificate per PMI, più fondi dedicati ad AGILE e testing). Ciò è però improbabile, senza una forte spinta politica;
- Le PMI europee e i governi nazionali dovranno spingere per semplificazioni nazionali e accesso reale ai grandi programmi di procurement (SAFE, EDIP), mentre i primes potrebbero essere incentivati a integrare più fornitori innovativi;
- Una tensione ricorrente riguarda il livello nazionale ed europeo, e quello delle aziende tradizionali e delle start-up: i governi nazionali vogliono rafforzare le start-up, ma senza indebolire i campioni nazionali, campioni nazionali che potrebbero perdere quote di mercato a favore di concorrenti con un procurement nazionale più aperto, che pertanto non viene riformato, penalizzando però così le startup fondamentali per la difesa futura.