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Cibo, acqua e clima: il nuovo limite strutturale dell’agricoltura globale
Cosa è successo?
La FAO, nel State of the World’s Land and Water Resources 2025, lancia un messaggio chiaro: il sistema agricolo globale è entrato in una zona di rischio strutturale. Entro il 2050 la produzione alimentare dovrà crescere di circa +50% rispetto al 2012, ma partendo da risorse già fortemente stressate. Oltre 1,66 miliardi di ettari risultano degradati (più del 10% delle terre emerse), e l’agricoltura assorbe circa il 72% dei prelievi globali di acqua dolce. Nel frattempo, eventi climatici estremi causano perdite agricole annue stimate in 123 miliardi di dollari, pari a circa il 5% del PIL agricolo globale. Il nodo non è più l’espansione delle superfici, ma la produttività sostenibile di terra e acqua.
Perché è importante?
Il rapporto mostra che il margine di crescita esiste, ma è mal distribuito. I terreni irrigui (solo il 23% delle superfici coltivate) generano il 48% del valore agricolo mondiale e sono oltre tre volte più produttivi dei sistemi pluviali. Al contrario, in aree come l’Africa subsahariana le rese raggiungono appena il 24% del potenziale. Il cambiamento climatico aggrava il quadro: aumenta la volatilità idrica, sposta le aree produttive e rende più frequenti shock su prezzi, sicurezza alimentare e stabilità sociale. Senza correzioni, la competizione tra cibo, acqua, energia e ambiente diventa sistemica.
E adesso?
La FAO indica una traiettoria precisa: chiudere il yield gap con innovazione mirata, espandere l’irrigazione solo dove sostenibile, ridurre sprechi e adottare una governance integrata acqua–terra–clima. Il vero rischio non è produrre meno, ma produrre male: senza coordinamento, investimenti e capacità istituzionale, l’agricoltura globale rischia di diventare il principale collo di bottiglia economico e geopolitico dei prossimi decenni.