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Biodiversità e assicurazioni: quando il rischio naturale diventa rischio sistemico
Cosa è successo?
Il rapporto della World Bank – IEG Biodiversity for a Livable Planet documenta un deterioramento profondo e strutturale del capitale naturale globale. Negli ultimi 50 anni le popolazioni di fauna selvatica sono diminuite di circa –73%, oltre l’85% delle zone umide è andato perso e un terzo delle specie arboree è oggi a rischio di estinzione. Le implicazioni economiche sono dirette: il 75% dei sistemi alimentari globali dipende da servizi ecosistemici come l’impollinazione, con un valore a rischio stimato tra 235 e 577 miliardi di dollari l’anno. Nel settore ittico, il 38% degli stock mondiali è già sfruttato oltre livelli biologicamente sostenibili. Sul piano sociale, il 79% delle persone sotto la soglia di povertà dipende direttamente dalla natura per il proprio sostentamento, amplificando la trasmissione delle perdite economiche.
Perché è importante?
Per il settore assicurativo, la perdita di biodiversità agisce come moltiplicatore di rischio sistemico. Non si tratta più di shock ambientali isolati, ma di fattori che aumentano la correlazione delle perdite tra linee e geografie: agricoltura, property, supply chain, credito, salute e vita. Questo erode i presupposti classici di diversificazione e pooling del rischio, trasformando il degrado naturale in un problema di qualità degli attivi, solvibilità e capitale.
E adesso?
Gli assicuratori dovranno integrare il nature risk nei modelli di underwriting e nei portafogli di investimento, attraverso stress test dedicati e nuovi prodotti. La biodiversità non è più un tema ESG accessorio, ma una variabile centrale per la tenuta finanziaria del settore.