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Africa: il rischio climatico composto apre un mercato sottoprezzato
Africa: il rischio climatico composto apre un mercato sottoprezzato
Cosa è successo?
L'articolo “Advancing sustainable landscapes in Africa: Insights from the 8th AfriMAB General Assembly” pubblicato da UNESCO (27 marzo 2026) evidenzia come diverse aree dell’Africa subsahariana (tra cui la Mt. Elgon Transboundary Biosphere Reserve) siano esposte a rischi fisico-climatici multipli e interconnessi. Su un territorio di oltre 588.000 ettari e più di 2,1 milioni di abitanti, si sovrappongono degradazione del suolo, perdita di fertilità, alluvioni, siccità e frane. Il punto chiave è la natura “compound” del rischio: eventi climatici singoli generano effetti a cascata su agricoltura, infrastrutture e mezzi di sussistenza. Parallelamente, l'articolo segnala un allineamento crescente delle iniziative locali ai framework globali come Nationally Determined Contributions e National Adaptation Plans, oltre all’adozione del piano strategico MAB 2026–2035.
Perché è importante?
Per il settore assicurativo, emerge una doppia dinamica strutturale. Da un lato, esiste un protection gap elevato: le comunità più esposte (Ogiek, Bagisu, Benet) restano fuori dalla copertura assicurativa tradizionale, mentre gli Stati accumulano passività implicite legate a disastri climatici ricorrenti. Dall’altro, il rischio è sottoprezzato e mal modellizzato, perché trattato ancora per singoli perils invece che come sistema di rischi correlati. Questo aumenta la volatilità delle perdite e rende inefficaci i modelli attuariali tradizionali. Allo stesso tempo, l’integrazione dei framework NDC e NAP segnala che la gestione del rischio climatico sta diventando una priorità istituzionale: i governi africani stanno creando una domanda strutturale di strumenti di risk transfer, anche come condizione per accedere a flussi di climate finance internazionale.
E adesso?
Per assicuratori e riassicuratori, si apre una finestra strategica: sviluppare soluzioni disegnate su rischi composti e geograficamente specifici. I prodotti parametrici, ancorati a indicatori osservabili come precipitazioni, degrado del suolo o copertura vegetale via satellite, possono superare i limiti delle polizze tradizionali e scalare su larga scala. Cruciale sarà integrare dati non convenzionali (citizen science, monitoraggio ecosistemico) nei modelli di rischio. In parallelo, il posizionamento all’interno dei programmi legati a NDC e NAP permette di accedere a una pipeline istituzionale in crescita, sostenuta da fondi come il Green Climate Fund. Chi si muove ora può diventare partner tecnico di riferimento nella climate finance africana; chi resta su modelli tradizionali rischia di rimanere escluso da un mercato in espansione ma sempre più strutturato.