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3 donne su 10 con insufficienza ovarica precoce hanno partorito grazie a un farmaco immunologico già usato in oncologia da 30 anni

Cos’è successo
L'insufficienza ovarica precoce (Premature Ovarian Insufficiency, POI) colpisce circa una donna su 100 prima dei 40 anni ed è una delle principali cause di infertilità femminile. In una parte dei casi, il sistema immunitario attacca erroneamente i follicoli ovarici, compromettendo la produzione di ovociti.
Uno studio pilota pubblicato su NEJM Evidence ha valutato l'impiego di rituximab, un anticorpo monoclonale utilizzato da quasi trent'anni in oncologia e nelle malattie autoimmuni. Dopo il trattamento, 6 delle 10 donne coinvolte hanno ripreso a sviluppare follicoli ovarici, cinque hanno ottenuto ovociti maturi e tre hanno dato alla luce bambini sani. Si tratta di risultati molto promettenti, ma ottenuti in uno studio estremamente piccolo che dovrà essere confermato da trial più ampi.
Perché conta
- Cambia il paradigma della fertilità. Per decenni la medicina riproduttiva ha cercato soprattutto di aggirare l'infertilità attraverso PMA e donazione di ovociti. Questo approccio punta invece a recuperare la funzione dell'ovaio;
- L'immunologia entra nella medicina riproduttiva. Se una quota di infertilità è sostenuta da meccanismi autoimmuni, controllare il sistema immunitario potrebbe diventare parte integrante delle future strategie terapeutiche;
- Il riposizionamento dei farmaci accelera l'innovazione. Utilizzare molecole già approvate può ridurre tempi e costi rispetto allo sviluppo di nuovi farmaci, facilitando il passaggio alla sperimentazione clinica.
Adesso
- Serviranno studi clinici più ampi, per confermare efficacia, sicurezza e identificare quali pazienti possano realmente beneficiare del trattamento;
- Potrebbero emergere nuovi biomarcatori immunologici, utili a distinguere le forme autoimmuni di insufficienza ovarica da quelle dovute ad altre cause;
- La medicina rigenerativa e l'immunologia potrebbero convergere, aprendo la strada a terapie capaci non solo di preservare, ma anche di recuperare la funzione di organi considerati fino a oggi irreversibilmente compromessi.