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200 siti di test in 28 Paesi europei, ma inaccessibili alle startup della difesa che testano in altre parti del mondo: il riarmo rallenta

Cos’è successo
Air Street Press ha raccolto la testimonianza di una dozzina di fondatori e operatori delle principali startup e “neoprime” della difesa europea. Il messaggio è abbastanza univoco: la mancanza di poligoni di prova accessibili, realistici e tempestivi è uno dei fattori che più stanno rallentando il riarmo europeo.
Il problema è strutturale. I governi chiedono dati derivanti da test rigorosi prima di assegnare un contratto, ma i poligoni e il supporto specialistico diventano disponibili per le startup solo dopo la firma di un contratto. Il fondatore di una startup che ha lavorato cinque anni su droni d’attacco one-way ha definito la situazione “imbarazzante”: dopo aver valutato strutture addirittura in Australia, il progetto britannico Brakestop (missile da crociera a basso costo per l’Ucraina) è finito in Scozia dopo un “processo da incubo”. Un'altra azienda testerà i suoi prodotti in Sudamerica per poi esportare in Europa. Un aspetto importante è che anche quando i poligoni esistono, i tempi sono incompatibili con i cicli di sviluppo delle start-up. Il WTD 91 tedesco, il più grande poligono strumentato dell’Europa occidentale, ha offerto ad una startup uno slot per fare dei test a fine 2029. Secondo l'acceleratore di start-up della NATO, DIANA, ci sarebbero oltre 200 poligoni e testi per test in 28 Paesi europei, eppure secondo una startup di navigazione in ambiente segregato, i siti utili sarebbero solo tre al mondo. Ciò spiega come mai molte aziende e start-up europee finiscono in Ucraina, dove si testa ogni settimana direttamente anche contro le capacità russe.
Perché conta
Senza test realistici (bersagli, telemetria, jamming, esplosivi, dati accettati dal committente) le start-up europee non riescono a chiudere il ciclo “sviluppo-prova-acquisto”. E se non possono chiuderlo, non hanno futuro.
- Questi aneddoti dimostrano come il ritardo europeo sia spesso molto più basilare e indipendente da livelli di spesa o capacità tecnologiche. Stupisce, ciononostante, il silenzio e quasi disinteresse dei decisori politici europei che dopo 4 anni e mezzo dall'inizio della guerra in Ucraina non hanno ancora risolto la questione;
- Il Catch-22 burocratico (permessi, export, frequenze, certificazioni pilota, smaltimento detriti) trasforma quindi ogni modifica tecnica in un reset della filiera autorizzativa, che pesa enormemente sulle start-up, le quali non hanno accesso a centri e siti per fare test.
Adesso
- L'Europa dovrebbe lavorare per aumentare la disponibilità di poligoni e centri per test, estenderne la disponibilità, darne pubblicità, e iniziare processi volti a ridurne i costi e accelerare i processi. Il poligono lettone di Sēlija già usato dalla NATO è un modello da seguire;
- Sarebbe necessario verificare quali altri ostacoli o carenze infrastrutturali di base impediscano alle start-up europee attive nel campo della difesa di crescere e sviluppare tecnologia;
- Alla base di alcuni di questi colli di bottiglia vi sono regole sulla sicurezza e ambientali, che non possono essere superare solo con soluzioni ad hoc: servono piani d'insieme che identifichino aree e criteri per favorire i test tecnici nel campo della difesa.