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Zappia (ISPI): "La crisi del multilateralismo è di fiducia prima che di fondi. E l'Africa è la bomba ad orologeria che stiamo armando"

Cosa è successo
Al Festival dello Sviluppo Sostenibile, la più grande manifestazione italiana dedicata all'Agenda 2030, organizzata da ASviS e giunta quest'anno alla decima edizione, ha preso la parola anche Mariangela Zappia, Presidente dell'ISPI e già ambasciatrice d'Italia a Washington, che ha incentrato il suo intervento sull'erosione del multilateralismo e le sue conseguenze per lo sviluppo sostenibile. Il punto di partenza è il 2015: in pochi mesi si raggiunsero l'Agenda 2030, l'Accordo di Parigi sul clima e l'intesa sul nucleare iraniano. Un momento irripetibile che oggi appare appartenere a un'epoca lontana.
La sequenza che ha seguito descrive una spirale verso il basso: Brexit e prima presidenza Trump nel 2016, guerra commerciale Usa-Cina nel 2018, pandemia nel 2020, invasione russa dell'Ucraina nel 2022, escalation in Medio Oriente dal 7 ottobre 2023, fino all'attuale crisi del Golfo. In questo contesto la logica del gioco a somma zero ha progressivamente sostituito quella della cooperazione internazionale: la crisi del multilateralismo, avverte Zappia, non riguarda soltanto la capacità di agire delle istituzioni internazionali, ma prima ancora gli ideali che le hanno sorrette per decenni.
Perchè è importante
L'analisi individua tre cause profonde del declino del consenso sul multilateralismo, distinte ma interconnesse.
- La fiducia si è erosa prima dei fondi. GIà tra il 2001 e il 2009, la quota di americani convinti che Washington spendesse troppo per gli aiuti internazionali oscillava tra il 53% e il 65%. La seconda presidenza Trump non ha creato la diffidenza verso il multilateralismo: l'ha trovata già radicata e l'ha politicamente capitalizzata;
- L'impatto economico sulle opinioni pubbliche occidentali. Il Pil pro capite medio nell'Ue supera i 50.000 dollari contro meno di 5.000 dollari nell'Africa subsahariana, eppure è da oltre vent'anni che le società europee si percepiscono più povere e fragili, sotto la pressione cumulata di pandemia, crisi energetiche, inflazione e debiti pubblici. Quando i cittadini avvertono che lo Stato fatica a proteggerli, sostenere politiche i cui benefici appaiono lontani diventa politicamente insostenibile;
- La Belt and Road come segnale anticipatore. La Belt and Road Initiative di Xi Jinping (2013) e la Banca Asiatica di Investimento per le Infrastrutture (AIIB, 2014) non erano semplici strumenti finanziari: erano il segnale che una parte del mondo intendeva costruire istituzioni proprie per riflettere i nuovi rapporti di forza, anziché riformare quelle esistenti.
E adesso?
- La pressione demografica come bomba ad orologeria. Ignorare la necessità di creare opportunità economiche nei Paesi in via di sviluppo non neutralizza la pressione migratoria, la accelera. La logica del "tenere per sé" non protegge le società occidentali: le espone a una delle principali fonti di instabilità dei prossimi decenni;
- Riformare la governance globale è una precondizione. Includere le economie emergenti nei processi decisionali delle istituzioni multilaterali è la condizione minima per ricostruire la legittimità e la fiducia senza le quali nessuna agenda globale - clima, sicurezza alimentare, sviluppo - può funzionare;
- Agenda 2030, il tempo stringe. L'Agenda 2030 scade tra quattro anni con meno del 20% dei target in linea con le traiettorie previste. La sfida non è tornare all'ottimismo multilaterale di undici anni fa, ma ricreare le condizioni minime di convergenza in un contesto radicalmente più conflittuale.