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Otto Paesi Ue vanno al voto in 12 mesi e le elezioni possono cambiare l'Europa

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Otto Paesi Ue vanno al voto in 12 mesi e le elezioni possono cambiare l'Europa

Cos’è successo

Con le elezioni anticipate in Spagna del 29 novembre, convocate dal premier Pedro Sánchez, si apre una stagione elettorale che l'Europa non vedeva da una generazione. In dodici mesi, infatti, voteranno quattro dei cinque maggiori Stati Ue per popolazione, cioè Spagna, Francia, Polonia e Italia, e altri quattro Paesi più piccoli: Estonia, Finlandia, Grecia e Slovacchia. A queste si aggiunge il voto in Germania, dove non ci sono elezioni nazionali ma tre appuntamenti regionali che possono mettere in crisi il governo del cancelliere Friedrich Merz, già messo a dura prova dall’affermazione di Alternative für Deutschland nelle precedenti tornate locali. Secondo un'analisi del Financial Times, questo "supercalendario" distrarrà i governi nazionali e renderà i leader meno disposti al compromesso su dossier delicati, a partire dal bilancio Ue - su cui difficilmente si troverà un accordo al Consiglio Ue in corso a Bruxelles in queste ore - per timore di essere accusati in campagna elettorale di tradire l'interesse nazionale.

Oltre al calendario, a colpire è la convergenza delle dinamiche: uno spostamento generale a destra, la crescente disponibilità dei partiti di centrodestra a governare con quelli di estrema destra, che segna la fine delle politiche del "cordone sanitario", in primis in Germania, e la radicalizzazione della destra stessa. Se la destra governasse insieme in Spagna, Francia, Polonia e Italia si creerebbe uno scenario profondamente diverso da quello dell’attuale assetto europeo.

Perché conta

  • La Spagna apre il ciclo: il voto del 29 novembre arriva dopo otto anni di governo socialista, e sondaggi dell'11 ottobre indicano il Partito popolare al 32,2%, i socialisti al 26,4% e Vox al 18,8%, con una maggioranza probabile per Pp e Vox. Il Pp non esclude un'alleanza con Vox, con cui governa già in diverse amministrazioni regionali;
  • La Francia è considerata il voto più decisivo: Marine Le Pen è la favorita per le presidenziali, in un campo avversario diviso. Se eletta, ha promesso di tagliare di 11 miliardi di euro il contributo francese al bilancio Ue il prossimo anno, uscire dalla politica comune sull'asilo, ritirarsi da alcuni aspetti del mercato unico e dare priorità alle imprese francesi negli appalti pubblici. Su Ucraina, ha detto che fermerebbe gli aiuti bilaterali, tranne l'addestramento militare, e che non accetterebbe mai l'ingresso di Kiev nell'Ue. Anche senza maggioranza parlamentare avrebbe un mandato diretto e un peso nel Consiglio europeo;
  • In Polonia il voto di destra è spaccato tra Diritto e Giustizia (19%), Konfederacja (13,5%) e Corona (7,8%), ma insieme le quattro formazioni di destra sfiorano il 47-48% secondo i sondaggi. Le destre sono ovviamente diverse per storia e caratteristiche, ma simili nei metodi: critica a liberalismo e globalizzazione, "imprenditoria della crisi" e comunicazione digitale.

Adesso

  • Se l'attuale ondata a destra continuasse, i leader del Consiglio europeo potrebbero ritrovarsi con un gruppo più numeroso di governi euroscettici, in cui un'eventuale presidente Le Pen potrebbe formare un'intesa con altri come il premier ceco Andrej Babiš o lo sloveno Janez Janša;
  • Se si allentasse il sostegno politico a Kiev, l'Ucraina potrebbe essere la principale perdente, alla luce di quello che i sondaggi registrano come una crescente "stanchezza" politica, dell'opinione pubblica verso le politiche di sostegno all’ucraina.

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