News & BusinessTRANSIZIONE ENERGETICA
Venezuela: “prendere” il petrolio può indebolire la sicurezza energetica USA
Cosa è successo?
Dopo la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie, il presidente Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti “riprenderanno” il petrolio del Venezuela. L’affermazione, priva di dettagli operativi, ha sollevato interrogativi profondi su cosa Washington intenda fare del settore energetico venezuelano. Come osserva Jason Bordoff su Foreign Policy, le conseguenze di questa scelta vanno ben oltre l’impatto immediato sui prezzi del petrolio e toccano direttamente mercati globali, geopolitica ed equilibrio dell’ordine energetico internazionale.
Perché è importante?
Dal punto di vista dei mercati, l’effetto a breve termine è limitato. Il Venezuela produce meno di 1 milione di barili al giorno, meno dell’1% dell’offerta globale, e anche in uno scenario ottimistico servirebbero due o tre anni per raddoppiare la produzione. In passato, però, il Paese aveva dimostrato un potenziale molto maggiore: negli anni ’90, dopo l’apertura agli investimenti stranieri, arrivò a 3,5 milioni di barili al giorno, con piani per superare i 6 milioni entro il 2007, prima del collasso sotto Chávez e Maduro. Oggi l’infrastruttura è gravemente degradata; secondo Wood Mackenzie, miglioramenti operativi e investimenti modesti potrebbero aggiungere fino a 1 milione di barili/giorno, ma una ripresa strutturale richiederebbe decine di miliardi di dollari e anni di investimenti continui. Il punto centrale, però, non è quanta produzione si aggiunge, ma come. Un approccio mercantilista (che tratti il petrolio come bottino di guerra o forma di “rimborso” militare) richiamerebbe modelli imperiali del primo Novecento e minerebbe il sistema di mercati globali aperti che oggi rafforza la sicurezza energetica americana. Gli Stati Uniti sono il primo produttore mondiale e un esportatore netto: beneficiano non dal controllo diretto delle risorse altrui, ma da mercati liquidi, trasparenti e interconnessi sostenuti dal dollaro. Politicizzare l’accesso alle risorse rischia ritorsioni, frammentazione dei mercati e perdita di credibilità internazionale.
E adesso?
La scelta strategica è binaria. Se Washington favorirà una transizione politica legittima e istituzioni credibili, il Venezuela potrà attrarre capitali, ricostruire il settore petrolifero e contribuire a stabilizzare l’offerta globale nella seconda metà del decennio, a beneficio sia dei venezuelani sia dei consumatori globali. Se invece prevarrà una logica di controllo diretto o di estrazione unilaterale del valore, gli Stati Uniti rischiano di indebolire l’architettura energetica che ha sostenuto la loro forza economica e geopolitica per decenni. Come conclude Bordoff, la posta in gioco non sono solo “più barili”, ma il modello di potere energetico del XXI secolo: mercati aperti e regole condivise, oppure un ritorno a un nazionalismo delle risorse che finirebbe per danneggiare proprio chi lo promuove.