EditorialeTRANSIZIONE ENERGETICA
Il nuovo report di Eurostat mette in luce un’UE energeticamente a due velocità
Cosa è successo
Eurostat ha pubblicato il suo annuale report sull’energia in UE. In base ai dati messi in luce dal rapporto quel che è emerso è che, benché ci siano stati corposi investimenti nella produzione di rinnovabili (che attualmente rappresenta il 48% dell'energia prodotta in UE), la principale fonte di energia in UE è ancora quella fossile: petrolio (38%) e gas (circa 20%). Il quadro ovviamente cambia molto di paese in paese, e va dalla situazione di Malta (che pur essendo un grande produttore di rinnovabili regge gran parte del suo consumo sul petrolio), all’Italia, che si regge soprattutto sul gas, fino a Svezia e Finlandia, che usano principalmente rinnovabili. In sintesi, il report descrive un'Europa a due velocità: una produzione elettrica che corre verso la decarbonizzazione grazie a eolico e solare, contrapposta a una persistente dipendenza dalle importazioni e dai fossili.
Perché è importante
Perché la recente crisi in Iran ha messo in luce, come già alcuni anni fa aveva fatto quella Ucraina, come il tema della transizione energetica non sia solo — per così dire — una questione ambientale e di salvaguardia del clima e del pianeta. Al contrario, come sia un asset strategico ed economico. Strategico perché renderebbe l’UE meno dipendente dalle importazioni di combustibili fossili, soggette ovviamente ai su e giù della politica internazionale; economico perché volano di crescita, investimenti e, in futuro, risparmi. Il fatto che sino a qui la transizione energetica sia stata raccontata come una questione squisitamente ambientale l’ha resa un tema politicizzato e come tale politicamente divisivo, e, di nuovo come tale, oggetto di propaganda di diverso e opposto tipo, cosa che ne ha rallentato l’implementazione.
E adesso?
La crisi ucraina fu una gigantesca spinta per lo sviluppo delle rinnovabili in UE; è verosimile che la crisi iraniana faccia lo stesso, anche se, oggi, rispetto al 2022 esistono evidenti ostacoli politici in questo senso. In primo luogo il fatto che si stia avvicinando la fine di NextGenerationEU e dell’inizio di investimenti che aveva portato con sé; in secondo luogo il fatto che la congiuntura economica sia diversa e meno florida; in terzo luogo il fatto che gli equilibri politici europei, nel frattempo, sono cambiati, sbilanciandosi a favore di una certa ‘inerzia fossile’ sostenuta dall’ala più destrorsa del Consiglio UE e del Parlamento UE.