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Un Middle East Stream per aggirare Hormuz?
Cosa è successo
Secondo il Financial Times, i Paesi del Golfo (principalmente Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, con il coinvolgimento di Qatar, Kuwait e potenzialmente Iraq) stanno accelerando i piani per realizzare una rete di nuovi oleodotti — e in alcuni casi anche corridoi integrati con strade e ferrovie — per aggirare completamente lo Stretto di Hormuz. La spinta arriva dalla crisi in corso: le restrizioni iraniane sulla navigazione hanno fatto crollare il traffico attraverso lo stretto di Hormuz, bloccando di fatto una quota significativa del petrolio esportato dal Golfo (fino a 15-20 milioni di barili al giorno in condizioni normali, circa un quinto del petrolio marittimo mondiale).
I bypass esistenti sono già al massimo: l’oleodotto saudita East-West (1.200 km, capacità fino a 7 milioni di barili/giorno verso il porto di Yanbu sul Mar Rosso) sta pompando a piena capacità, mentre il corridoio emiratino Habshan-Fujairah (1,5-1,8 milioni di barili/giorno verso il Golfo di Oman) è anch’esso sotto forte pressione. Le nuove proposte in discussione includono:
-L’espansione del corridoio Fujairah con un secondo tubo da circa +1,5 milioni di barili/giorno;
-Oleodotti da Qatar ed Emirati attraverso l’Arabia Saudita e potenzialmente l’Iraq, fino a Giordania o al Mediterraneo (anche via Israele);
-Rotte alternative verso il porto omanita di Duqm o altri terminali.
Perché è importante
Si tratta di un cambio di paradigma strategico. Per decenni i Paesi del Golfo hanno convissuto con la dipendenza da Hormuz, ritenendo i costi di alternative terrestri troppo elevati rispetto ai benefici. Oggi, con l’Iran che di fatto controlla il principale collo di bottiglia marittimo, quel calcolo è saltato. Un alto dirigente energetico del Golfo ha dichiarato al FT che i bypass esistenti, pur utili, lasciano la regione ancora troppo esposta: «Non possiamo continuare a dipendere da un unico punto vulnerabile controllato dall’Iran». L’oleodotto East-West saudita, costruito negli anni ’80 durante la “guerra delle petroliere”, viene ora descritto retrospettivamente come "un colpo di genio". Riyadh e Abu Dhabi stanno trasformando una vulnerabilità storica in un vantaggio competitivo, mentre gli altri Stati del Gulf Cooperation Council cercano di replicare il modello per non rimanere intrappolati.
E adesso?
I progetti sono ambiziosi e molto onerosi. Replicare su larga scala l’East-West saudita costerebbe diversi miliardi di dollari; rotte più complesse (attraverso Iraq, Giordania o verso il Mediterraneo) potrebbero arrivare a 15-20 miliardi o più. Un singolo nuovo oleodotto verso Duqm è stimato intorno ai 10 miliardi. I tempi di realizzazione sono lunghi: anni, a causa delle complessità ingegneristiche (deserti, attraversamenti montuosi), delle delicatezze politiche (accordi transfrontalieri) e delle procedure burocratiche. Nel breve termine si privilegia l’espansione degli impianti esistenti; le nuove reti transfrontaliere richiedono un orizzonte medio-lungo.
Gli oleodotti terrestri non eliminano però i rischi: diventano bersagli fissi e prevedibili per droni, missili o sabotaggi. Le esperienze passate (attacchi Houthi sul Mar Rosso, incidenti in Arabia Saudita) mostrano la necessità di misure di sicurezza robuste: sorveglianza aerea avanzata, protezione fisica multinazionale, difesa cibernetica e ridondanza di terminali (Yanbu, Fujairah, Duqm). Senza garanzie internazionali, questi nuovi corridoi potrebbero rivelarsi vulnerabili quanto lo stretto marittimo. Va infatti ricordato che parte della strategia di deterrenza dell'Iran si basa proprio su proxy locali, soprattutto nel Golfo, in Arabia Saudita e in Iraq, che potrebbero essere attivate per compiere sabotaggi. In altre parole, come è stato danneggiato Nord Stream, lo stesso potrebbe accadere con i nuovi (e vecchi) progetti.
Il greggio saudita (Arab Light) e emiratino (Murban) viene già trasportato con successo dagli oleodotti esistenti senza problemi di qualità, viscosità o degradazione. I nuovi tubi sarebbero progettati specificamente per questi gradi di petrolio medio-leggero, con costi operativi inferiori rispetto al trasporto via nave. Non emergono incompatibilità tecniche; al contrario, la piena capacità raggiunta oggi dagli impianti esistenti dimostra che l’infrastruttura regge volumi significativi di greggio del Golfo.
Le aziende di costruzioni nell'oil&gas potrebbero ovviamente beneficiare da questi progetti così come player internazionali del mondo finanziario e infine aziende che operano nel campo della sicurezza fisica. Infine, queste nuove infrastrutture energetiche si allineano perfettamente con il India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC), il progetto multimodale (porti, ferrovie, strade e collegamenti energetici) che collega il Golfo al Mediterraneo attraverso Arabia Saudita, Giordania e Israele.
I nuovi oleodotti verso il Mediterraneo rafforzerebbero infatti la componente energetica del corridoio IMEC, offrendo una via terrestre sicura per esportare greggio del Golfo verso l’Europa e riducendo ulteriormente la dipendenza da rotte marittime vulnerabili.