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Ue-Usa alleate contro la Cina sulle materie prime critiche: Pechino controlla il 70% della raffinazione globale

Cosa è successo
Il 24 aprile, al Dipartimento di Stato di Washington, il Commissario europeo Maroš Šefčovič e il Segretario di Stato americano Marco Rubio hanno firmato un Memorandum of Understanding sulla partnership strategica per le materie prime critiche. È il sedicesimo accordo bilaterale siglato dall'Ue in questo settore. Il MoU copre l'intera catena del valore: esplorazione, estrazione, lavorazione, raffinazione, riciclo e recupero, e include cooperazione su investimenti, innovazione, mappatura geologica e risposta rapida alle interruzioni di fornitura. In parallelo è stato adottato un Action Plan congiunto, che esplora strumenti commerciali plurilaterali: prezzi minimi con meccanismi di aggiustamento alla frontiera, mercati basati su standard condivisi, sussidi al differenziale di prezzo e accordi di offtake con Paesi terzi.
L'accordo segue gli impegni assunti al Critical Minerals Ministerial del 4 febbraio 2026 a Washington, istituisce incontri bilaterali almeno due volte l'anno e si coordina con i formati multilaterali già esistenti come G7 Production Alliance e FORGE, il forum plurilaterale lanciato da Washington a febbraio 2026 per coordinare politiche e investimenti sulle materie prime critiche tra paesi alleati.
Perché è importante
La Cina domina la fase di raffinazione di 19 delle 20 materie prime critiche analizzate dall'IEA, con una quota media del 70% della capacità globale di lavorazione. Per alcune risorse la concentrazione è ancora più estrema: il 99% del gallio, il 79% della grafite, oltre il 69% delle terre rare. Il punto critico non è l'estrazione - litio, cobalto e terre rare vengono spesso estratti altrove - ma la raffinazione: le rocce non diventano batterie o magneti senza passare per gli impianti cinesi di trasformazione, che funzionano di fatto da gatekeeper dell'offerta globale. Pechino ha già usato questa posizione come leva, imponendo restrizioni alle esportazioni di gallio, germanio, grafite e terre rare.
Il MoU nasce esplicitamente per rispondere a questa vulnerabilità strutturale: costruire capacità alternative di lavorazione, diversificare le catene di fornitura, ridurre la dipendenza da un singolo Paese. Per l'Italia, la posta è concreta: imprese come Leonardo, Stellantis, Fincantieri e STMicroelectronics dipendono dall'accesso a litio, cobalto, grafite e terre rare per la difesa, l'automotive, le batterie e i semiconduttori. Un approvvigionamento garantito a livello transatlantico riduce l'esposizione al rischio di shock di fornitura.
E adesso?
Il passo più concreto è l'Action Plan, affidato all'USTR (Ufficio del Rappresentante commerciale USA) e alla DG TRADE della Commissione europea, i due soggetti che dovranno negoziarne l'attuazione. Sul tavolo ci sono quattro strumenti commerciali specifici:
- prezzi di riferimento con aggiustamento alla frontiera (border-adjusted price floors);
- mercati basati su standard condivisi;
- sussidi al differenziale di prezzo (price gap subsidies);
- accordi di off-take con produttori in Paesi terzi.
L'obiettivo dichiarato è trasformare questi strumenti in un accordo plurilaterale aperto ad altri partner con orientamento di mercato. Il perimetro iniziale si concentrerà su un insieme selezionato di materie prime concordato tra le parti. L'accordo plurilaterale potrà includere anche meccanismi di risposta rapida alle crisi di fornitura, cooperazione sugli stockpiling, screening degli investimenti e standard comuni per estrazione, lavorazione e riciclo. Il MoU prevede incontri bilaterali almeno due volte l'anno per monitorare l'avanzamento. Šefčovič ha riconosciuto alla firma che il test reale sarà l'esecuzione: i meccanismi ci sono, ma nessun impegno finanziario è stato formalizzato e nessun elenco di minerali prioritari è stato ancora reso pubblico.