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Trump rende più difficile per l'industria della difesa acquistare materie prime critiche dalla Cina, da cui i sistemi d’arma Usa dipendono per il 78%

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Trump rende più difficile per l'industria della difesa acquistare materie prime critiche dalla Cina, da cui i sistemi d’arma Usa dipendono per il 78%

Cos’è successo

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha firmato un ordine esecutivo che rende più difficile per gli appaltatori della difesa statunitensi ottenere deroghe per acquistare minerali critici e altri materiali da fornitori cinesi. Le nuove regole impongono alle aziende di dimostrare molto più che la semplice convenienza economica di un fornitore cinese: chi richiede una deroga dovrà provare di aver cercato alternative, spiegare da dove provengono effettivamente i propri materiali e presentare un piano concreto per abbandonare i fornitori vietati, pena la perdita dei contratti.

Secondo un'analisi della società Govini, oltre 80.000 componenti distinti distribuiti su 1.900 sistemi d'arma statunitensi dipendono da cinque minerali critici - antimonio, gallio, germanio, tungsteno e tellurio - il che significa che circa il 78% di tutti i sistemi d'arma del Pentagono può essere considerato esposto. La Marina è il ramo più dipendente, con oltre il 91% dei propri sistemi che contiene almeno uno di questi minerali. Dal 2010 la domanda del Pentagono per componenti contenenti questi materiali è cresciuta del 23,2% annuo, con i contratti legati al gallio in aumento addirittura del 41,8% l'anno.

Perché conta

Il nodo non riguarda solo l'estrazione mineraria ma soprattutto la raffinazione, la fase in cui la Cina ha costruito il proprio potere di leva più forte.

  • Il collo di bottiglia è la lavorazione, non l'estrazione: gli Stati Uniti spediscono spesso i minerali grezzi in Cina per la lavorazione e li reimportano come componenti finiti, il che significa che anche l'antimonio estratto in Australia diventa inutilizzabile per i sistemi americani se raffinato in territorio cinese, un meccanismo che espone l'88% delle filiere di minerali critici del Pentagono all'influenza di Pechino;
  • Le restrizioni cinesi hanno già avuto un effetto misurabile sui prezzi: dopo i divieti all'export cinesi su antimonio, gallio e germanio, i prezzi dei componenti contenenti gallio sono saliti del 6% in tre mesi, quelli con antimonio del 4,5%, contro un aumento medio dell'1,4% per tutti gli altri componenti della difesa, una differenza che quantifica concretamente il costo della dipendenza;
  • La vulnerabilità riguarda sistemi d'arma di prima linea: quasi tutto l'antimonio utilizzato in piattaforme chiave come il caccia F-16, i cacciatorpediniere classe Arleigh Burke e i missili Minuteman III passa in qualche fase della lavorazione attraverso la Cina, con appena il 19% accessibile senza intermediari cinesi.

Adesso

  • Il Pentagono dovrà mappare le filiere fino ai fornitori secondari: l'ordine esecutivo incarica il Pentagono di elaborare regole che obblighino gli appaltatori a tracciare la provenienza di minerali, componenti e software utilizzati nei sistemi designati, estendendo la visibilità del governo oltre i contraenti principali. "Non si tratta di carta straccia, ma di preparazione al campo di battaglia", ha detto Navarro;
  • Gli investimenti nella lavorazione interna cominciano a dare risultati parziali: la miniera di Kennecott nello Utah ha contribuito a ridurre la dipendenza dalle importazioni di tellurio dal 95% del 2019 al 25% del 2023, ma gli Stati Uniti restano a quota zero di fonti domestiche per gallio, germanio e tungsteno;
  • Restano scoperture anche sulle scorte strategiche: gallio e tellurio non dispongono ancora di riserve governative nonostante il loro status critico, mentre magnesio, grafite e fluorite, essenziali per missili, laser e lavorazione del combustibile nucleare, restano dominati dalla Cina senza alcuno stock statunitense di riserva.

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