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Su quasi 3.000 disastri, 625 recovery riusciti mostrano che il successo si misura in resilienza futura non in rapidità di ripristino

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Su quasi 3.000 disastri, 625 recovery riusciti mostrano che il successo si misura in resilienza futura non in rapidità di ripristino

Cos’è successo

Il modello con cui governi e comunità rispondono ai disastri climatici, ricostruire rapidamente tutto esattamente com'era prima, si sta rivelando sempre più inadeguato di fronte a una frequenza di catastrofi che pochi anni fa sarebbe stata considerata statisticamente impossibile. L'inondazione glaciale al confine tra Cina e Nepal del mese scorso ne è un esempio lampante: un evento che gli scienziati fino a poco tempo fa avrebbero classificato come un'eccezione rara, ma che sta accadendo sempre più spesso. Gli intervalli tra un disastro e l'altro si stanno comprimendo al punto che una catastrofe si sovrappone alla successiva prima che la prima abbia esaurito i propri effetti, un fenomeno che i climatologi chiamano "whiplash", il colpo di frusta climatico, in cui siccità estreme si alternano a piogge record, spesso rese ancora più devastanti dal fatto che il terreno, cotto dalla siccità precedente, respinge l'acqua come cemento invece di assorbirla.

Sul fronte della risposta ai disastri, una ricerca condotta da Juliette Kayyem, ex sottosegretaria al Dipartimento della Sicurezza Nazionale sotto Obama e oggi studiosa di gestione delle emergenze alla Kennedy School di Harvard, ha analizzato quasi 3.000 percorsi di ripresa da disastri miliardari avvenuti tra il 2000 e il 2017. Il risultato: 625 "recovery" di successo, in cui l'attività economica locale ha superato i livelli pre-disastro per almeno cinque anni, contro 1.259 casi di ripresa fallita, in cui le comunità colpite non sono mai tornate ai livelli precedenti. La scoperta più significativa dello studio è che la misura di successo più importante non è la velocità con cui si distribuiscono gli aiuti o si fa tornare tutto "alla normalità", ma la resilienza, cioè quanto efficacemente una comunità si è protetta dai rischi futuri.

Perché conta

Il problema non riguarda solo la scala dei disastri, ma la filosofia stessa con cui vengono gestiti, un impianto che secondo Kayyem è nato su un presupposto ormai smentito dai fatti.

  • L'intero sistema è stato costruito sull'idea che i disastri fossero rari e casuali: "Nessuno sa davvero cosa sia una vera ripresa", dice Kayyem, "ma tutto l'apparato è stato costruito sul presupposto che i disastri fossero casuali e rari e che la ripresa fosse un evento unico e concluso". Negli Stati Uniti, per decenni lo Stafford Act ha vincolato la maggior parte dei fondi federali FEMA a progetti che non alterassero nulla delle strutture distrutte: gli edifici dovevano essere ricostruiti identici, con gli stessi materiali, nello stesso posto, per lo stesso scopo;
  • Gli esempi di ricostruzione fallita abbondano: quando New Orleans ha ricostruito gli argini dopo l'uragano Katrina, non erano sufficienti a prevenire allagamenti in caso di una tempesta di categoria 5; a quasi otto anni dall'incendio di Camp Fire che ha devastato Paradise, in California, solo il 40% delle case distrutte è stato ricostruito, e molte strutture sopravvissute conservano ancora gli stessi rischi, tetti in scandole di legno, vegetazione incolta, cavi elettrici allentati, che avevano condannato le abitazioni vicine;
  • La logica della resilienza si sta estendendo dalla ricostruzione alla progettazione fin dall'inizio: il concetto non riguarda più solo come rimettere in piedi ciò che è stato distrutto, ma sta diventando un criterio guida anche per chi costruisce infrastrutture nuove da zero. È il caso della transizione energetica in Africa, dove secondo un funzionario dell'amministrazione Biden i governi non dovrebbero limitarsi a espandere l'accesso all'elettricità, ma progettare fin da subito reti e impianti capaci di reggere shock futuri, climatici o di altro tipo, invece di doverli poi ricostruire da capo dopo il primo evento estremo.

Adesso

  • Esistono modelli di ricostruzione che hanno funzionato: nel 2013, dopo che un tornado con venti a 320 km/h aveva raso al suolo oltre mille case a Moore, in Oklahoma, la città non ha aggiunto un intero libro di nuovi regolamenti edilizi ma solo due pagine di requisiti aggiuntivi, e due anni dopo i nuovi edifici hanno resistito a un altro tornado; l'area di Houston, colpita da almeno tre tempeste "cinquecentennali" in cinque anni, ne è uscita con mappe di rischio alluvionale migliori, infrastrutture più difensive e una maggiore disponibilità degli elettori a finanziarle;
  • La normativa si sta lentamente adattando, ma la spinta a "restaurare" resta forte: lo Stafford Act è stato riformato più volte negli ultimi due decenni, destinando parte dei fondi alla resilienza e ammorbidendo le linee guida per permettere ricostruzioni in luoghi o modi diversi rispetto a prima; le case ricostruite ora a Palisades e Altadena, in California, sono state esentate da diversi codici locali per velocizzare la ripresa con un approccio "uguale per uguale", mentre i quartieri vicini di Brentwood e Beverly Hills hanno impiegato quasi 20 mesi per adottare, solo ad agosto, nuove regole più severe chiamate Zone Zero;
  • Manca ancora una figura che guidi davvero il processo: secondo Kayyem, uno dei problemi centrali è che non esiste un vero "zar della ricostruzione": "serve qualcuno che se ne assuma la responsabilità, perché le comunità non hanno la capacità, non hanno accesso alle autorità federali, non hanno la formazione e la prospettiva giuste", un vuoto che, in un'epoca di disastri sempre più ravvicinati, rischia di trasformare ogni ricostruzione in un'occasione mancata per costruire resilienza reale prima del prossimo shock.

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