Policy NewsPolitica Internazionale
Rischio agricolo, Italia promossa ma la copertura è bocciata: al Sud assicurato solo il 12%
Cosa è successo
Il 24 marzo la Banca Mondiale ha pubblicato il rapporto: “Solutions for Better Agri-Risk Management in the European Union” sul sistema di gestione del rischio agricolo in cinque Paesi europei: Bulgaria, Francia, Italia, Lettonia e Slovacchia. Roma emerge come il caso più complesso: terza potenza agroalimentare d'Europa, con esportazioni record a 63 miliardi di euro nel 2023, ma anche uno dei Paesi più esposti agli shock climatici e biologici degli ultimi anni. La base produttiva italiana resta diversificata, ma è dominata dalle commodities ad alto valore. Quasi due terzi del valore prodotto viene da quattro comparti: ortofrutta, latte, cereali e vino (di cui è il primo produttore mondiale, con circa 50 milioni di ettolitri l'anno).
È proprio questa concentrazione su produzioni pregiate e spesso fragili a rendere il Paese particolarmente vulnerabile: la siccità del 2017 ha fatto crollare la produzione agricola del 4,4%. Gli alluvioni in Emilia-Romagna del 2023 hanno sommerso vigneti, frutteti e seminativi per anni. La Xylella ha distrutto oltre 21 milioni di ulivi in Puglia. La peste suina africana ha già causato 500 milioni di euro di perdite nella filiera del prosciutto. In questo contesto, il sistema italiano di gestione del rischio esiste da cinquant'anni e si è molto evoluto: il fondo catastrofale AGRICAT, operativo dal 2023, copre siccità, gelo e alluvioni per quasi tutte le aziende che ricevono pagamenti PAC. Ma solo il 19% del valore della produzione agricola nazionale è coperto da assicurazione, e appena il 10% della superficie agricola è protetto da polizze contro i rischi climatici.
Perché è importante
Il rapporto dice una cosa semplice: il sistema di gestione del rischio italiano è tra i più sofisticati d'Europa, ma copre ancora troppo poco e male. La copertura assicurativa è concentrata al Nord (il Trentino copre il 67% della produzione, il Sud appena il 12%) e riguarda quasi solo le produzioni ad alto valore come frutta, vite e ortaggi. Chi coltiva grano, mais o pomodori da industria nel Mezzogiorno è di fatto esposto senza rete.
Il problema non è solo la scarsa domanda degli agricoltori: i prodotti assicurativi sono spesso troppo costosi e complicati per le piccole imprese, le procedure di accesso ai fondi europei sono farraginose, i pagamenti arrivano in ritardo, e le regole cambiano ogni anno con i Piani ministeriali di gestione del rischio. Il risultato è che quando arriva una catastrofe, lo Stato interviene in emergenza, con costi imprevedibili e distribuiti in modo diseguale. La Banca Mondiale stima che in un anno “catastrofico” (il tipo di anno che statisticamente si ripete ogni cento anni) le perdite agricole in Italia potrebbero superare i 2,8 miliardi di euro. Con gli strumenti attuali, rimarrebbero scoperti circa 350 milioni.
E adesso?
Le raccomandazioni del paper della Banca Mondiale sono indirizzate sia alla Commissione europea sia ai governi nazionali. Per l'Italia, i punti più urgenti sono tre:
-rendere ammissibili ai sussidi PAC le polizze sul reddito lordo, oggi escluse. L'Italia le ha già sperimentate, ma senza incentivi nessuno le compra;
-semplificare l'accesso alle assicurazioni per le piccole aziende, con sussidi più alti sui contratti di importo ridotto e procedure collettive gestite dai consorzi di difesa;
-stabilizzare le regole dei fondi mutualistici, oggi penalizzati rispetto alle assicurazioni tradizionali da un quadro normativo europeo incoerente. L'Italia su questo ha esperienza diretta, il rapporto la cita più volte come punto di riferimento per gli altri Paesi Ue e ha quindi voce in capitolo nella trattativa che si apre ora.