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Oltre 30 casi di pressione diplomatica cinese documentano l'avanzata di Pechino sugli Stati Uniti nell'area del Pacifico

Cos’è successo
Gli Stati Uniti possono ancora contrastare in modo credibile l'espansione cinese nel Pacifico, ma solo se Washington smette di affidarsi a visite simboliche e istituzionalizza partenariati a basso costo e alto rendimento capaci di rispondere ai bisogni concreti degli Stati insulari del Pacifico. È la tesi centrale di un'analisi firmata su Foreign Policy da Charles Edel e Kathryn Paik.
Le economie delle isole del Pacifico affrontano oggi una doppia esposizione: da un lato la crescita più debole dei principali partner commerciali, dall'altro gli shock petroliferi globali. I prezzi del carburante più alti, legati alle interruzioni intorno allo Stretto di Hormuz, rischiano di tagliare il Pil di questi Paesi di diversi punti percentuali, approfondendo la loro dipendenza da potenze esterne proprio nel momento in cui devono scegliere con chi allearsi stabilmente.
Perché conta
Mentre Washington fatica a tradurre in impegni concreti la propria attenzione dichiarata per la regione, Pechino ha già messo in campo una strategia sistematica di influenza politica a basso profilo.
- La Cina ha condotto una campagna diplomatica mirata e coordinata: secondo un rapporto della Alliance Futures Initiative (TAFI) che ha monitorato le attività delle ambasciate cinesi dall'ottobre 2025, in oltre 30 casi gli ambasciatori hanno promosso attivamente il nuovo piano quinquennale di Pechino presso i governi del Pacifico, con una frequenza e una somiglianza di linguaggio che secondo i ricercatori implica un coordinamento centralizzato da parte del Ministero degli Esteri cinese, pur adattato caso per caso alle condizioni locali;
- Pechino punta sulla persuasione, non sulla coercizione: l'obiettivo dichiarato della campagna cinese è dimostrare che le strategie di sviluppo locale dei singoli Paesi si allineano al piano quinquennale cinese, o che la Cina rappresenti un partner più stabile e affidabile del suo principale rivale nella regione; secondo gli analisti, gli Stati Uniti non hanno nemmeno bisogno di argomentare contro questa narrazione, ma solo di documentare le azioni cinesi sul campo e lasciare che le opinioni pubbliche locali traggano le proprie conclusioni;
- Gli impegni promessi da Washington restano spesso privi di seguito concreto: secondo altre analisi del CSIS sulla regione, gli Stati Uniti hanno ripetutamente promesso passi che istituzionalizzano la propria influenza e presenza nel Pacifico, dall'apertura di nuove ambasciate al finanziamento di infrastrutture necessarie, ma la reale capacità di mantenere questi impegni nel tempo resta il vero banco di prova della credibilità americana nella regione.
Adesso
- Il costo dell'inazione supera quello dell'investimento: secondo Edel e Paik, non eseguire questo approccio ad alto rendimento lascerebbe gli Stati Uniti perennemente sulla difensiva, perdendo lentamente terreno in una regione che gli stessi autori definiscono essenziale per la sicurezza nazionale di lungo periodo del Paese;
- La resilienza economica potrebbe essere il vero vantaggio competitivo americano: secondo il CSIS, la capacità di costruire resilienza economica e non solo partenariati di sicurezza tradizionali potrebbe rappresentare il principale vantaggio strategico degli Stati Uniti nel Pacifico, un approccio distinto dalla logica prevalentemente securitaria con cui Washington ha finora inquadrato il proprio impegno regionale;
- Restano in gioco anche i rapporti con gli alleati regionali storici: Australia e Nuova Zelanda restano centrali per qualunque strategia americana nel Pacifico, con la Nuova Zelanda che si sta posizionando sempre più come una voce internazionale disposta a contrastare apertamente attori autoritari, un ruolo che secondo gli analisti sarà cruciale per Washington nel tentativo di riguadagnare influenza nella regione.