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Nonostante 30 miliardi di dollari investiti, gli Stati Uniti restano dipendenti dalla Cina sui minerali critici

Cos’è successo
Lo scorso novembre Trump ha ritirato le minacce di dazi contro la Cina, in cambio dell'impegno di Pechino a non inasprire per un anno i controlli sull'export di terre rare e minerali critici, leva su cui la Cina ha un controllo quasi monopolistico.
Secondo un'analisi del Financial Times, la narrazione dell'amministrazione Usa (aver rafforzato produzione interna e forniture alleate) è esagerata. Washington ha messo in campo partecipazioni, garanzie e prestiti per 30 miliardi di dollari, con l'accordo più concreto firmato con l'Australia in ottobre. Fuori da Australia e pochi Paesi vulnerabili come la Repubblica Democratica del Congo, gli Usa hanno puntato su accordi bilaterali coercitivi per forzare i partner a esportare solo verso gli Stati Uniti. Emblematico il caso indonesiano: dopo un decennio di investimenti cinesi sulla filiera del nichel, il tentativo di Trump di ribaltarla è stato eroso dalla sentenza della Corte Suprema di febbraio, che ha dichiarato incostituzionali i dazi minacciati.
Perché conta
- La strategia americana manca della coerenza di lungo periodo che ha permesso alla Cina di consolidare il controllo sulla filiera delle terre rare in due grandi gruppi statali, con limiti severi alla tecnologia e sanzioni penali dure per il contrabbando;
- I tentativi di coalizione multilaterale restano deboli: a febbraio Trump ha convocato 54 Paesi sui minerali critici, ma l'iniziativa nata dal G7 di giugno si è arenata per mancanza di una strategia condivisa e di prezzi minimi garantiti per i produttori — gli europei restano sospettosi che Washington fissi i prezzi solo nel proprio interesse;
- La credibilità americana è ulteriormente erosa da episodi di clientelismo: miliardi distribuiti ad aziende minerarie con legami finanziari nell'amministrazione, oltre al precedente delle mire su risorse minerarie della Groenlandia.
Adesso
- La tregua sui controlli cinesi scade a novembre, e i mercati restano nervosi: un balzo improvviso del prezzo dell'erbio, terra rara di nicchia, è scattato per il timore di un ripristino delle restrizioni;
- Resta da vedere se l'attivismo finanziario e burocratico di questi mesi si trasformerà in un'alternativa reale alla filiera cinese, o se Pechino si ritroverà, a tregua scaduta, con le stesse armi commerciali di prima;
- Il nodo di fondo resta lo squilibrio tra le ambizioni dichiarate da Washington e la capacità di eseguirle: gli Usa restano un'economia più ricca della Cina pro capite, ma nel controllo dei colli di bottiglia come i minerali critici la loro leadership resta meno efficace.