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Le Regioni chiedono che la riforma della Pac difenda l'autonomia di programmazione sul territorio e tuteli la filiera che vale il 15% del Pil italiano

Cos’è successo
Le Regioni e le Province autonome chiedono che la Pac 2028-2034 non cancelli l'autonomia di programmazione sul territorio e non pesi sulla filiera agroalimentare, che per l'Italia vale circa il 15% del Pil, con un valore complessivo vicino ai 700 miliardi di euro. È la posizione della Commissione Politiche agricole della Conferenza delle Regioni: nel documento, le scelte regolamentari e finanziarie sulla Pac incidono direttamente non solo sul comparto agricolo ma sull'intera filiera e sulla competitività del settore primario, con un ruolo strategico delle produzioni di qualità (Dop, Igp, Stg, biologiche), definite "un'infrastruttura economica e territoriale essenziale" per competitività ed export.
Il testo, che porta la data del 23 luglio 2026, si inserisce nel negoziato sulle proposte di regolamento della Commissione n. 560 e n. 565 del 2025, che integrano la Pac nei Piani di partenariato nazionali e regionali. Dopo la prima posizione generale approvata il 27 novembre 2025, con il rischio di snaturare l'identità della Pac, e il documento del 1° aprile 2026 sulla coesione, che propone un tavolo di coordinamento tra le due politiche, le Regioni definiscono ora le priorità per un'attuazione "efficace, efficiente e possibile", e chiedono al ministero di ottenere chiarimenti tempestivi dalla Commissione europea, anche con emendamenti alle proposte.
Perché conta
- Autonomia e governance: le Regioni esprimono "forte preoccupazione" per l'articolo 35 della proposta sui Piani di partenariato, che riconduce quasi tutti gli interventi al sostegno al reddito superando la distinzione tra pagamenti diretti e sviluppo rurale, con il rischio di ridurre la Pac a strumento prevalentemente redistributivo. Chiedono di mantenere strumenti territoriali distinti per le aree rurali, montane e interne, tra cui pagamenti per vincoli naturali, azioni agroambientali e climatiche, investimenti, giovani agricoltori, Leader e cooperazione, e di conservare un livello di autonomia programmatoria almeno pari a quello attuale;
- Un capitolo Pac dentro il Piano: propongono che il Piano nazionale sia articolato in quattro capitoli tematici, uno dedicato alla Pac sul modello del Psp 2023-2027, e che la presenza di capitoli o sottocapitoli regionali sia condizione per l'approvazione del Piano. Giudicano "non negoziabile" la conferma delle Autorità di gestione e degli Organismi pagatori regionali, che dovrebbero essere designati come managing authorities e paying agencies dei capitoli regionali;
- Regole e transizione da chiarire: tra le richieste ci sono meno dettaglio informativo nel capitolo Pac, flessibilità per modificare singoli interventi senza rivedere l'intero Piano, chiarimenti sulla regola "n+10 mesi" e sui flussi finanziari tra Commissione, Stato e Regioni, e regole fin dall'avvio per le operazioni non concluse entro il 31 dicembre 2029. Chiedono inoltre sistemi informativi interoperabili con tempi realistici e metodologie proporzionate per i costi semplificati;
- Settori e calamità: si oppongono al cofinanziamento nazionale obbligatorio di almeno il 30% per gli interventi settoriali (ortofrutta, olio, vino, apicoltura, patata), oggi finanziati interamente dall'Ue, che rischia una "rinazionalizzazione" e distorsioni tra Stati. Segnalano che la proposta non prevede alcuno strumento di solidarietà europea per i danni da disastri naturali, che l'Unity Safety Net opera solo per le crisi di mercato e che l'agricoltura è l'unico settore escluso dal Fondo di solidarietà dell'Ue; chiedono di ripristinare gli investimenti in trasformazione e commercializzazione e il sostegno al 100% per quelli non produttivi.
Adesso
- Le Regioni chiedono al ministero di ottenere chiarimenti e possibili emendamenti dalla Commissione. Il documento potrebbe diventare la base della posizione italiana nei negoziati su regolamenti e bilancio, in particolare su articolo 35 e cofinanziamento;
- Il nodo di un livello minimo vincolante di risorse per lo sviluppo rurale, che le Regioni giudicano necessario per non ridurre investimenti e politiche agroambientali, si intreccia con il negoziato sul Quadro finanziario pluriennale e potrebbe restare aperto fino alla decisione sul bilancio;
- Il tempo della transizione: senza regole chiare su sistemi informativi, regola "n+10 mesi" e operazioni non concluse al 2029, il passaggio dal periodo 2023-2027 al 2028-2034 potrebbe creare ritardi nei pagamenti, il rischio che le Regioni segnalano con più insistenza.