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Sulla pesca l'Ue ammette che l'obbligo di sbarco non ha funzionato, i 5 correttivi in arrivo

Cos’è successo
Insieme alla Visione 2040, la Commissione europea ha pubblicato anche la valutazione della Politica Comune della Pesca (PCP), che conferma come lo strumento resti “un quadro solido” per la sostenibilità ambientale di lungo periodo, ma segnala un ritmo “preoccupante” nella riduzione della pressione di pesca dal 2014.
Tra le criticità più nette: l’obbligo di sbarco, ovvero la norma che impone di riportare in porto tutte le catture di specie regolamentate, “non ha prodotto i risultati attesi, in particolare nel modo in cui è stato applicato nella pratica”. Sulla base di questa valutazione, Bruxelles ha fissato cinque priorità di intervento per correggere il tiro.
Perché conta
- Sulle catture e sulla flotta, la Commissione corregge due dei cinque nodi individuati: (1) ridurre le catture indesiderate — l’obbligo di sbarco, che non ha funzionato nella pratica, verrà affiancato da un dialogo dedicato entro fine anno su tecnologie di monitoraggio e documentazione più completa delle catture; (2) modernizzare e decarbonizzare la flotta — le linee guida del 2014 su capacità e possibilità di pesca saranno aggiornate con indicatori complementari, anche “a fini sociali o ambientali”, non solo tecnici, legati pure alla sicurezza e alle condizioni di lavoro a bordo;
- Sulla protezione degli operatori, altri due correttivi: (3) rafforzare il sostegno alla piccola pesca, attraverso disposizioni dedicate nel futuro Ocean Act; (4) garantire una concorrenza leale, proteggendo la filiera ittica europea dalla concorrenza sleale dei prodotti del mare importati da Paesi con standard meno rigorosi di quelli Ue;
- Sull’acquacoltura, il quinto correttivo: (5) dare certezza a investitori e operatori, con un nuovo strumento legislativo dedicato, distinto dal regolamento generale, per garantire “un quadro normativo chiaro, semplificato e coerente in tutta l’Ue” — pensato per sbloccare investimenti oggi frenati dalla frammentazione normativa tra Stati membri.
Adesso
- La Commissione introduce il concetto di “nature credits” (crediti di natura) come possibile nuova fonte di reddito per gli operatori che si impegnano in pratiche sostenibili, uno strumento finanziario ancora da sviluppare, ma che segnala l’intenzione di collegare esplicitamente sostenibilità ambientale e redditività economica, non trattarle come obiettivi in conflitto;
- Sul fronte della formazione, l’Ue integrerà nel proprio diritto la Convenzione internazionale STCW-F sugli standard di addestramento e certificazione per il personale dei pescherecci, armonizzando regole oggi diverse da Stato a Stato — un passaggio tecnico ma concreto per facilitare la mobilità dei lavoratori del settore tra i diversi Paesi membri;
- Sul piano esterno, con il 70% del cibo acquatico consumato nell’Ue proveniente da importazioni, Bruxelles rilancerà la propria strategia di azione esterna sulla pesca attraverso una nuova generazione di Accordi di Partenariato per una Pesca Sostenibile (SFPA), il rafforzamento delle organizzazioni regionali di gestione della pesca, e un’intensificazione della lotta alla pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (INN), con l’obiettivo dichiarato che entro il 2040 l’Ue possa contare su una flotta esterna “più efficiente e sostenibile”, capace di garantire un approvvigionamento alimentare sufficiente senza restare ostaggio delle tensioni geopolitiche sulle catene di fornitura globali.