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La sostenibilità aumenta la redditività agricola del 91%, ma solo 1 impresa italiana su 4 applica modelli ecologici avanzati

Cos’è successo
Su un campione di 3.536 aziende agricole italiane, analizzate nel report Sostenibilità e Redditività nei Sistemi Agricoli di EY, le aziende ad alta sostenibilità mostrano una produttività del lavoro superiore del 72% e una redditività superiore del 91% rispetto a quelle al livello minimo. Il fatturato cresce nel 33,7% dei casi, contro il 12,9% delle meno sostenibili.
Eppure solo il 20-25% delle aziende italiane esprime la capacità di combinare pratiche a basso impatto ambientale con performance economiche superiori, attraverso efficienza degli input, riduzione dei costi operativi, maggiore stabilità produttiva e accesso a filiere e mercati premium.
Perché conta
Le aziende sostenibili guadagnano di più, ma il sistema non è progettato per diffondere ciò che già funziona. Tre meccanismi lo bloccano.
- Il primo è tecnologico. L'agricoltura di precisione, ovvero la pratica con la sinergia più robusta tra efficienza economica e ambientale, riduce i costi del lavoro del 20%, taglia i fitofarmaci del 53% e stabilizza le rese, come documentato su 537 ettari marchigiani per sette anni. Ma nel 2024 solo il 21% delle aziende l'ha adottata. Il motivo è dimensionale: il 79% opera sotto i 20 ettari, mentre la soglia di convenienza individuale è 100-200 ettari;
- Il secondo è normativo. L'eco-schema 4 Pac ha raggiunto 3 milioni di ettari contro un target di 1,3 milioni, con un’adesione record. Ma il pagamento è crollato a 55 euro per ettaro, contro i 110-220 previsti, perché hanno aderito anche aziende che avrebbero rispettato quei criteri comunque. Il risultato è una spesa pubblica che remunera la conformità senza produrre cambiamento reale;
- Il terzo è finanziario. Il credito agricolo penalizza investimenti sostenibili a ritorno differito nonostante il settore abbia un tasso di deterioramento dell'1,56%, inferiore alla media dell'economia italiana. Gli investimenti in pratiche rigenerative o tecnologia hanno profili di ritorno lunghi che i criteri bancari standard non sanno leggere. Il valore ambientale generato resta esternalità non remunerata: l'azienda sostiene il costo, la collettività incassa il beneficio.
Adesso
- Il Registro dei crediti di carbonio è il primo passo nella direzione giusta, ma non basta. Dal 2026 le aziende agricole italiane possono certificare e vendere il carbonio sequestrato, per la prima volta un beneficio ambientale diventa reddito misurabile. Ma il mercato è ancora embrionale e il valore potenziale per ettaro è troppo basso per modificare da solo le scelte di investimento delle aziende più piccole;
- Il nodo demografico è il più urgente. Con 65 anni di età media dei conduttori e meno del 9% di under 40, nessun agricoltore razionale investe in pratiche con ritorni in 10-20 anni. Non è inerzia culturale: è un calcolo economico corretto in assenza di strumenti che coprano il divario tra il momento in cui si sostiene il costo e quello in cui matura il beneficio. Finché la politica agricola non introduce meccanismi di continuità gestionale e successione pianificata, la transizione si interromperà sistematicamente prima di produrre risultati;
- La soluzione al problema dimensionale esiste già, ma non è ancora il modello ordinario. Nel 2025 il 10% della superficie agricola è coltivato con tecnologie digitali avanzate, in larga parte attraverso cooperative, contoterzismo e modelli di servizio condiviso. Queste architetture abbassano la soglia di accesso per le aziende sotto i 20 ettari senza richiedere l'investimento individuale. Il problema è che restano eccezioni: la policy continua a finanziare l'acquisto del singolo invece di costruire infrastrutture di accesso collettivo.