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La nuova Ungheria di Magyar non sarà progressista

Cosa è successo
La vittoria di Péter Magyar alle elezioni del 12 aprile è stata netta: Tisza ha ottenuto il 53,6% contro il 37,8% di Fidesz. Ma il programma di governo resta in larga parte da decifrare. Durante la campagna elettorale, Magyar ha fatto una scelta precisa: parlare il meno possibile di politica estera e concentrandosi quasi esclusivamente su economia e corruzione. Capire cosa intenda fare su energia russa, Ucraina, rapporti con Bruxelles e competitività europea richiede quindi di mettere insieme dichiarazioni sparse, il programma di Tisza e le analisi degli esperti.
Sul conflitto in Ucraina Magyar ha praticato quello che la Cnn ha definito un "near-silence" deliberato, per evitare di essere dipinto come il politico liberal-europeo che Fidesz attacca da anni. Nelle ore successive alla vittoria ha confermato la distanza da Kiev: non parteciperà al finanziamento da 90 miliardi deciso dall'UE, ma — a differenza di Orbán — non intende impedire all'UE di sostenere chi crede. Ha dichiarato di sostenere l'accordo del dicembre scorso nella sua formula originaria, che include una clausola di esonero per l'Ungheria. Sull'adesione di Kyiv all'UE si è mostrato freddo: non la ritiene realizzabile nei prossimi dieci anni. Sull'energia russa — che oggi copre il 93% delle importazioni di petrolio ungheresi — ha fissato una data obiettivo al 2035 per ridurre la dipendenza, senza promettere rotture immediate.
Perché è importante
Magyar arriva da Fidesz, partito nel quale ha militato per anni. Su molti temi i due si muovono in sintonia con un'opinione pubblica ungherese storicamente ostile alla sinistra: poche decine di anni di dittatura comunista hanno lasciato un'allergia duratura verso tutto ciò che si colloca nello spettro progressista. Per buona parte dell'elettorato, specie rurale, istanze come il blocco dell'immigrazione o la freddezza sui temi di genere restano ampiamente condivise.
Magyar non ha vinto perché si è fatto alfiere della democrazia contro l'autoritarismo di Orbán. Ha vinto perché il sistema Orbán ha smesso di funzionare economicamente. L'errore fatale di Orbán è stato dare priorità alla sua ostilità verso le politiche europee — personale o ispirata da Mosca, poco cambia — rispetto alle condizioni economiche del paese. Lo scontro con Bruxelles ha portato al blocco dei fondi UE diretti a Budapest: per un paese di scarsa tradizione industriale in cui i fondi europei valgono circa il 3% del PIL, è stato un colpo devastante per crescita e consenso.
È quindi sull'economia che Magyar si giocherà tutto. Se, riavvicinandosi all'UE, riuscirà a sbloccare quei fondi e a dare nuovo slancio a Budapest, il suo governo avrà basi solide. Se non ci riuscirà — per incapacità propria, per congiuntura internazionale o per ostacoli imprevisti — la tenuta del suo consenso potrebbe rivelarsi fragile quanto quella del predecessore.
E adesso?
Il quadro che si apre è quello di un premier che ha vinto con una strategia di deliberata vaghezza su tutto ciò che avrebbe potuto spaventare l'elettorato conservatore. Le prossime settimane diranno molto.
Con una maggioranza di due terzi in parlamento, Magyar ha gli strumenti per riformare la Costituzione, rimuovere i funzionari di nomina politica — dal procuratore generale al presidente della Repubblica — e presentare domanda di adesione all'Ufficio del Procuratore Europeo. Sul fronte europeo, il segnale di discontinuità rispetto a Orbán è già abbastanza forte da far sperare a Bruxelles in una normalizzazione rapida. Ma Magyar dovrà muoversi su un filo sottile: un avvicinamento troppo visibile all'agenda progressista europea potrebbe costargli parte dell'elettorato moderato che lo ha scelto come alternativa a Orbán, non come alternativa all'orbanismo.
Sul fronte americano, Trump perde con Magyar il suo principale avamposto ideologico nell'UE. Come si costruirà il rapporto tra Budapest e Washington è ancora tutto da scrivere: Magyar ha ribadito il sostegno alla NATO, ma sembra intenzionato a schierarsi con l'UE sui dossier più rilevanti, a partire dall'Ucraina.
La variabile più imprevedibile resta però quella economica. Magyar ha promesso molto — meno corruzione, più Europa, meno Russia — ma i risultati concreti dipenderanno da fattori in parte fuori dal suo controllo: la congiuntura internazionale, la velocità con cui Bruxelles sbloccherà i fondi, e la tenuta di un paese che ha bisogno di crescita più che di visione.