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La Nato preme su 6 colossi industriali della difesa per portare la spesa europea annua a 200 mld in missili e droni

Cos’è successo
Il Segretario Generale della Nato Mark Rutte incontrerà la prossima settimana a Bruxelles i vertici delle principali aziende europee della difesa (Rheinmetall, Safran, Airbus, Saab, MBDA e Leonardo) per chiedere un immediato aumento degli investimenti e della capacità produttiva, soprattutto in difesa aerea e missili a lungo raggio. Secondo il Financial Times, l’obiettivo è spingere le imprese a investire subito, senza aspettare nuovi grandi contratti governativi a lungo termine.
Questa mossa arriva dopo il vertice Nato dell’Aia 2025, dove gli alleati si sono impegnati a portare la spesa per la difesa fino al 5% del PIL (3,5% core + 1,5% in resilienza). Rutte vuole arrivare al summit di Ankara di luglio con annunci concreti di espansione industriale europea, anche per ridurre la dipendenza da forniture extraeuropee (inclusi componenti cinesi e taiwanesi) e rispondere alle pressioni americane. Le aziende lamentano la mancanza di contratti pluriennali stabili, mentre i governi accusano l’industria di non scalare abbastanza in fretta la produzione. La Nato si inserisce come mediatore per sbloccare questo impasse, in un momento di urgenza geopolitica legata alla guerra in Ucraina e alle incertezze sul sostegno Usa. I 200 mld arrivano da un'analisi McKinsey di novembre 2025 e rappresentano l'opportunità annua di espansione produttiva dell'industria europea della difesa entro il 2030, calcolata come delta tra l'output attuale (€100 mld) e la domanda di equipaggiamento prevista a fine decennio (€335 mld).
Perché conta
Questa iniziativa segna un cambio di approccio: la Nato non si limita a chiedere più spesa agli Stati, ma interviene direttamente sull’industria per accelerare la produzione reale, riducendo il rischio di ritardi che potrebbero lasciare l’Europa vulnerabile.
- Bisogna capire se questa pressione può avere effetti reali su aziende in larga parte quotate, con cicli di investimenti programmati e necessità di mantenere una redditività pari a quella di mercato;
- Il nodo dei contratti pluriennali è di lunga data: le aziende storicamente lamentano che senza impegni precisi e chiari, è difficile aumentare la capacità produttiva (costo fisso) perché rischia poi di non trovare giustificazione in caso di cancellazioni repentine degli ordini (che avvengono con una certa frequenza). Va evidenziato che un dibattito analogo sta avvenendo negli Stati Uniti.
Adesso
- Le aziende partecipanti dovranno presentare piani concreti di investimento e ampliamento capacità durante l’incontro; quelli più ambiziosi potrebbero ricevere sostegno politico Nato per accedere a finanziamenti UE (tipo SAFE o EDIP) o garanzie governative, anche senza contratti pluriennali immediati. Questo potrebbe sbloccare miliardi in nuovi progetti entro l’estate.
- In vista del vertice di Ankara (luglio 2026), Rutte punterà ad annunciare accordi o impegni industriali collettivi; un successo rafforzerebbe il pilastro europeo della NATO, ma un fallimento rischierebbe di accentuare divisioni tra Paesi più atlantisti (che preferiscono soluzioni Usa rapide) e quelli che spingono per sovranità industriale;
- Sul medio termine, governi come Germania, Francia e Italia potrebbero essere spinti a introdurre meccanismi di “contratti ponte” o garanzie di acquisto minime per de-risking gli investimenti privati; altrimenti, il settore potrebbe frenare, con ripercussioni sulla prontezza operativa dell’Alleanza e sul raggiungimento del target 5% PIL entro il 2035.