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La NATO alla prova di Hormuz
Cosa è successo?
Il segretario generale della NATO Mark Rutte ha dichiarato pubblicamente il proprio sostegno alla decisione di Donald Trump di bombardare l'Iran, descrivendo l'operazione come un atto teso a "rendere il mondo più sicuro". Rutte ha aggiunto che i paesi europei si riuniranno "nel giro di qualche settimana" per rispondere alla richiesta americana di schierare forze navali nello Stretto di Hormuz, attualmente bloccato dall'Iran. La presa di posizione di Rutte ha irritato numerose capitali europee, che non intendono essere trascinate in un conflitto che considerano estraneo ai propri interessi. L'UE aveva già respinto collettivamente la richiesta di Trump la settimana precedente: la capo della diplomazia europea Kaja Kallas aveva dichiarato "questa non è la nostra guerra", posizione ribadita dai ministri di Germania, Italia e Spagna. Il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier ha definito il conflitto "un errore politicamente disastroso, evitabile e inutile". Trump, dal canto suo, ha attaccato gli alleati NATO per non aver aderito immediatamente alla sua richiesta, definendoli "codardi" e minacciando che senza gli USA la NATO è "tigre di carta".
Perché è importante
La frattura tra Rutte e la maggioranza delle capitali europee mette in luce una tensione all'interno della NATO che va avanti da un po’ mesi ormai. Rutte ha costruito la sua gestione del segretariato generale sul principio di mantenere gli Usa nell'alleanza a qualsiasi costo, ma questa postura ha un prezzo sempre più alto. Il conflitto con l'Iran ha già prodotto un significativo shock energetico: le forniture di petrolio e gas che transitano per lo Stretto di Hormuz (circa un quinto di tutto il commercio energetico globale) sono a rischio, con ripercussioni dirette sui costi per famiglie e imprese europee. Questo spiega perché alcuni funzionari europei contestano la formula "non è la nostra guerra": le conseguenze economiche ricadono sull'Europa anche senza partecipazione militare. La dichiarazione del generale Mandon rappresenta una critica inedita alla prevedibilità degli Usa come alleato: se Washington lancia operazioni belliche senza informare i partner NATO, l'architettura stessa dell'alleanza viene messa in discussione. La tensione si inserisce in un quadro già logorato da mesi di pressioni trumpiane su commercio, spese militari e Groenlandia.
E adesso?
Il segretario di Stato Marco Rubio è atteso a Parigi venerdì per i colloqui con i ministri degli Esteri del G7, ufficialmente incentrati su "preoccupazioni condivise per la sicurezza e opportunità di cooperazione". Sarà il primo banco di prova diplomatico per verificare se Washington è disposta a cercare una convergenza con gli europei o se intende mantenere la pressione. Alcune capitali europee, a cominciare da Parigi, hanno lasciato aperta la possibilità di partecipare a pattugliamenti navali nello stretto una volta terminato il conflitto, distinguendo tra coinvolgimento nella guerra e garanzia della libertà di navigazione nel dopoguerra. Diversi governi europei mantengono canali di comunicazione attivi con i paesi mediorientali colpiti dal conflitto, nella speranza di favorire una soluzione diplomatica. La posizione di Rutte resta isolata rispetto al sentimento prevalente nelle capitali europee, ma riflette il calcolo, condiviso da una parte dell'establishment NATO, che alienarsi Trump comporterebbe rischi maggiori rispetto alle critiche interne. Il nodo irrisolto è se l'Europa sia in grado di costruire una posizione comune credibile su un conflitto che la colpisce economicamente ma che non intende combattere militarmente.