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La guerra in Iran mette a rischio la sicurezza alimentare dell'Egitto
Cosa è successo
L'Egitto è tra i Paesi più colpiti dalle ricadute economiche della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. In un mese, il costo mensile delle importazioni di gas è triplicato da 560 milioni a oltre un miliardo di dollari, e il governo ha imposto la chiusura obbligatoria di ristoranti, centri commerciali e spazi ricreativi alle 21 per razionare i consumi elettrici. Le forniture di gas israeliano, che soddisfacevano circa il 60% delle importazioni egiziane, sono state sospese dall'inizio delle ostilità.
La lira egiziana ha perso il 10% del suo valore rispetto al dollaro, mentre si è registrata una fuga di capitali di circa 8 miliardi di dollari. Le esportazioni verso l'Arabia Saudita sono crollate dell'83%, quelle verso gli Emirati del 90%. il dibattito pubblico si concentra quasi esclusivamente sul blocco delle importazioni energetiche dal Golfo, ma c'è un flusso altrettanto rilevante che scorre nella direzione opposta. I Paesi del Golfo sono mercati di sbocco per decine di economie regionali, e la loro paralisi commerciale si traduce direttamente in perdita di entrate per Paesi come l'Egitto.
Perché è importante
L'Egitto non è semplicemente un Paese in difficoltà economica: è un Paese in cui la sicurezza alimentare è storicamente una questione di stabilità politica. Il Cairo è il più grande importatore di grano al mondo, con oltre il 50% del consumo alimentare totale coperto da questo cereale. Il 60% della popolazione vive al di sotto o vicino alla soglia di povertà, e 69 milioni di persone dipendono dal programma di sussidi al pane.
Le "rivolte del pane" del 1977 e le proteste del 2011 che rovesciarono Mubarak ricordano quanto sia sottile il confine tra crisi economica e crisi politica. A questo si aggiunge una fragilità strutturale che la guerra ha aggravato ma non creato. Russia e Ucraina coprono ancora oltre l'85% delle importazioni di grano: una dipendenza che quattro anni di crisi non hanno scalfito. Gli approvvigionamenti sono gestiti da Mustaqbal Misr, agenzia legata all'aeronautica militare, con processi poco trasparenti e rapporti tesi con i fornitori internazionali. E i tradizionali sostenitori del regime - Arabia Saudita, Emirati, Qatar - hanno oggi meno risorse da investire all'estero, con le entrate energetiche ridotte dal conflitto che loro stessi subiscono.
E adesso?
Gli scenari per l'Egitto dipendono in larga misura da quanto durerà il conflitto e da quanto reggerà la tregua nello Stretto di Hormuz.
•Se i negoziati di Islamabad producono un accordo stabile, l'Egitto potrà tornare a importare gas a prezzi più contenuti e i flussi di rimesse dai lavoratori nel Golfo - che valgono oltre il 4% del PIL - potranno riprendere;
•Se invece il conflitto si prolunga, le pressioni si sommano: prezzi dell'energia alti, fertilizzanti scarsi e costosi, turismo in calo, Canale di Suez già indebolito dalla crisi del Mar Rosso. In quel caso, il governo di al-Sisi si troverebbe a gestire contemporaneamente una crisi energetica, una crisi alimentare e una crisi di bilancio, con meno risorse esterne su cui contare.
La variabile politica è quella meno prevedibile: al-Sisi ha storicamente trasformato il rischio di instabilità in una leva per ottenere sostegno internazionale: dall'Europa sul fronte migratorio, dal Golfo su quello finanziario. Ma nell'attuale contesto, con i partner regionali indeboliti e l'architettura di sicurezza mediorientale in discussione, anche questa leva potrebbe rivelarsi meno efficace del passato.