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La difesa aerea “fantasma” dell’Iran
Cosa è successo
Nella mattinata di venerdì 3 aprile 2026 le forze iraniane hanno abbattuto un F-15E Strike Eagle dell’US Air Force mentre sorvolava l’Iran centrale/Sud-occidentale. L’aereo biposto è stato centrato dai sistemi di difesa aerea iraniani; entrambi i piloti si sono eiettati. Sono stati poi recuperati vivi. L’Iran ha diffuso immagini dei rottami, inclusi sedili di espulsione, rivendicando l’abbattimento come opera delle Guardie Rivoluzionarie e dell’esercito regolare.
Quasi contemporaneamente, un A-10 Warthog (il famoso “Warthog” da attacco al suolo) è stato colpito dal fuoco iraniano mentre operava nella zona dello Stretto di Hormuz. L’aereo è precipitato nelle acque del Golfo Persico (o in territorio alleato adiacente); il pilota si è eiettato ed è stato recuperato illeso. Teheran ha rivendicato anche questo secondo successo, affermando che i suoi sistemi di difesa aerea hanno intercettato e danneggiato il velivolo.
Perché é importante
Si tratta delle prime perdite di aerei da combattimento con equipaggio americano in oltre vent’anni di operazioni aeree ad alto rischio. L’abbattimento suggerisce che l’Iran abbia verosimilmente protetto, nascosto e mantenuto capacità di difesa anti-aerea sufficienti per colpire gli Stati Uniti o Israele e imporre un costo politico ai suoi avversari. Non si tratta di una difesa impenetrabile, ma di una minaccia limitata ma reale e politicamente efficace, gestita con grande mobilità.
La strategia iraniana ricalca, in chiave moderna, quella adottata dalla Serbia nel 1999 durante la guerra del Kosovo. Come spiegava il politologo dell'MIT Barry Posen al tempo, Belgrado non cercò di vincere contro la Nato in campo aperto, ma di prolungare il conflitto spostando rapidamente i sistemi di difesa aerea (SAM mobili) per mantenere una minaccia credibile. L’obiettivo era infliggere perdite occasionali, costringere i caccia a volare ad altitudini più elevate (riducendo l’efficacia degli attacchi), prolungare la campagna aerea e dividere politicamente l’Alleanza. La Serbia riuscì a tenere in piedi una difesa aerea “fantasma” per 78 giorni, abbattendo diversi aerei e droni e obbligando la Nato a riconoscere che il controllo totale dello spazio aereo non era mai stato raggiunto. L’Iran sta facendo esattamente lo stesso: conserva batterie mobili S-300/400 di origine russa, sistemi indigeni (Bavar-373, Khordad-15, 3rd Khordad) e una rete integrata di radar distribuiti. Muove i lanciatori, li nasconde in tunnel e bunker, li attiva solo al momento giusto. Non pretende di fermare ogni incursione, ma di rendere ogni missione costosa e rischiosa, erodendo la volontà politica degli avversari.
E adesso?
L’abbattimento dei due aerei mette in discussione la superiorità aerea che Usa e Israele affermano di aver stabilito sull'Iran. Ovviamente è impossibile stabilire con precisione quanto Teheran possa negare il controllo dell’aria, ma questa stessa minaccia ha un effetto strategico immediato: rende ulteriori attacchi – e soprattutto operazioni via terra – più difficili, più lenti e più sanguinosi. È impossibile sapere con certezza come e perché i due velivoli siano stati abbattuti: fortuna iraniana, errore di un pilota americano, aiuto russo o cinese nella condivisione di dati in tempo reale, oppure errori di pianificazione e intelligence occidentali che avevano dato per eliminata la capacità anti-aerea dell’aviazione iraniana dopo migliaia di sortite. Ciò che conta è il risultato: la narrazione di “dominazione assoluta del cielo” è crollata in un solo giorno. Il conflitto è quindi obbligato a rimanere aperto.
Come riporta il New York Times, l’Iran sta già rigenerando rapidamente le sue capacità missilistiche: operativi iraniani stanno scavando e rimettendo in funzione bunker e silos colpiti, spesso in poche ore, e conserva un numero significativo di missili balistici e lanciatori mobili. Gli Stati Uniti stessi ammettono che la distruzione della capacità missilistica iraniana è lontana dall’essere completata.
Allo stesso tempo gli europei ammettono apertamente che una difesa militare del traffico nello Stretto di Hormuz è “impossibile” senza un cessate il fuoco:
-I rischi per le navi commerciali sono troppo alti;
-Le forze navali europee rifiutano di impegnarsi in un’operazione di guerra unilaterale americana e spingono per una soluzione diplomatica;
Macron ha definito l’idea di forzare il passaggio con la forza “irrealistica” e destinata a durare “un tempo indefinito”. In sintesi, l’Iran ha dimostrato di poter ancora imporre costi reali e prolungare il conflitto. Questo non cambia l’esito strategico complessivo della guerra, ma rende molto più alto il prezzo politico, economico e militare che Washington e Tel Aviv dovranno pagare per arrivare alla vittoria.