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La crisi di Hormuz accelera il piano thailandese da 30 mld per un corridoio via terra alternativo allo Stretto di Malacca

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La crisi di Hormuz accelera il piano thailandese da 30 mld per un corridoio via terra alternativo allo Stretto di Malacca

Cos’è successo

La recente crisi nello Stretto di Hormuz ha suonato la sveglia per la sicurezza dei mercati mondiali, dimostrando come il blocco di un singolo collo di bottiglia marittimo possa paralizzare le catene di approvvigionamento a livello globale. Come riportato da Reuters, questa vulnerabilità ha spinto il governo della Thailandia a rilanciare con forza il progetto del "ponte terrestre": un corridoio logistico da 30,45 miliardi di dollari concepito per offrire una rotta alternativa allo Stretto di Malacca, ormai congestionato, sotto pressione e a rischio di shock geopolitici.

L'opera prevede il collegamento di due nuovi porti d'altura attraverso la penisola thailandese, unendo il Mar delle Andamane a ovest con il Golfo di Thailandia a est. L'obiettivo strategico è chiaro: diversificare i passaggi marittimi globali prima che una nuova crisi - considerato che lo Malacca è uno dei maggiori punti di attrito tra Usa e Cina - metta in ginocchio il commercio internazionale, anche se il piano deve fare i conti con forti perplessità sulla reale sostenibilità economica.

Perché conta

I dettagli tecnici del progetto delineano una profonda trasformazione infrastrutturale del Paese, alla luce di uno scenario internazionale imprevedibile:

  • Il piano prevede la costruzione di una ferrovia a scartamento normale lunga 90 chilometri in grado di movimentare fino a 20 milioni di container all'anno tra i due porti d'altura di Chumphon e Ranong: in pratica le merci verrebbero scaricate in uno dei due porti e trasportati su rotaia fino all'altro;
  • Secondo i dati governativi, il corridoio potrebbe ridurre i costi logistici di quasi il 30% e tagliare i tempi di transito fino a 14 giorni per le merci che viaggiano tra la Cina meridionale e l'Oceano Indiano;
  • L'iniziativa affronta però la ferma opposizione delle comunità locali di pescatori e agricoltori, preoccupate per la distruzione delle foreste di mangrovie e di economie agricole interne che, come nel caso del commercio di durian (uno dei frutti più tipici e diffusi del Sud-est asiatico), generano ogni anno già miliardi di baht (moneta locale, la cui unità corrisponde a circa 3 centesimi di euro).

Adesso

Le implicazioni di questo corridoio si inseriscono in un quadro di accesa competizione geopolitica tra le grandi potenze:

  • Nella sfida globale tra Usa e Cina, Pechino osserva l'opera con interesse per ridurre il proprio "dilemma di Malacca", ma un investimento massiccio di imprese statali cinesi rischierebbe di innescare forti resistenze politiche interne in Thailandia contro il controllo straniero;
  • Washington e gli alleati occidentali guardano a questo snodo come a una potenziale risorsa modulare per la sicurezza nazionale, utile a bilanciare l'influenza marittima cinese nel Sud-Est asiatico e a proteggere le rotte energetiche alternative;
  • Anche alla lontana, l'Europa risente di queste dinamiche poiché una maggiore fluidità e sicurezza nei transiti asiatici stabilizzerebbe i costi delle importazioni europee, riducendo l'esposizione del Vecchio Continente ai blocchi improvvisi delle grandi arterie commerciali.

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