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La crisi del Golfo e il grano europeo: perché convertirsi al biologico è anche una scelta geopolitica
La crisi del Golfo e il grano europeo: perché convertirsi al biologico è anche una scelta geopolitica
** Cosa è successo? **
Il Joint Research Centre della Commissione Europea ha pubblicato uno studio che valuta, per la prima volta su scala europea, l'impatto reale della conversione all'agricoltura biologica sulle aziende agricole dell'UE. La conversione al biologico è il processo attraverso cui un'azienda agricola abbandona l'uso di fertilizzanti chimici di sintesi, pesticidi e altri input convenzionali per adottare pratiche conformi al regolamento europeo sull'agricoltura biologica, un percorso che richiede in genere due o tre anni prima che i prodotti possano essere commercializzati con il marchio bio. La ricerca analizza un campione di circa 1.900 aziende agricole tra il 2014 e il 2021, attingendo alla Farm Accountancy Data Network, la banca dati contabile armonizzata a livello europeo che censisce ogni anno circa 80.000 aziende. La domanda al centro dello studio è: quando un'azienda convenzionale passa al biologico, cosa succede davvero nei primi due anni? I risultati mostrano che le aziende cerealicole e quelle zootecniche ottengono benefici ambientali significativi già nel breve periodo. Le spese per fertilizzanti chimici scendono del 18,6% per i cerealicoltori e di oltre il 50% per gli allevatori di bovini da latte. I prodotti fitosanitari calano del 28,9% per i cerealicoltori, del 72,9% per gli allevatori da latte. Sul piano economico, il valore aggiunto netto per unità lavorativa aumenta in media del 14% per le aziende cerealicole e zootecniche, anche se una quota significativa di questo incremento è sostenuta dai sussidi PAC, che per i cerealicoltori spiegano il 44% dell'aumento totale di valore aggiunto.
Perché è importante?
Tra il 2014 e il 2022, l'Unione Europea ha investito quasi 12 miliardi di euro per incentivare la conversione al biologico, e le superfici coltivate con metodi biologici sono cresciute del 79% in dieci anni. Il dato più rilevante per il dibattito politico è che i sussidi PAC hanno svolto un ruolo determinante nel sostenere la redditività delle aziende in conversione: senza quegli incentivi, il quadro economico sarebbe stato ben diverso. C'è però una dimensione che va oltre la politica agricola ordinaria. La crisi di Hormuz dimostra esattamente perché la transizione al biologico non è solo una scelta ambientale, ma una questione di sovranità alimentare e resilienza dell’ecosistema. Le aziende che convertono al biologico riducono drasticamente l'uso di fertilizzanti azotati di sintesi, ovvero quelli che transitano, o meglio transitavano, per lo stretto di Hormuz. Lo studio del JRC mostra riduzioni dell'azoto sintetico del 73% per i cerealicoltori e vicine al 100% per gli allevatori da latte. Non si tratta di eliminare del tutto la dipendenza dagli input esterni, ma di ridurre strutturalmente l'esposizione a quel tipo di shock. Oggi il biologico copre circa il 10% della superficie agricola europea e il restante 90% rimane vulnerabile. La conversione richiede anni e non è una risposta a una crisi in corso. Ma ogni ettaro convertito è un ettaro sottratto alla catena di fragilità che va dal gas del Golfo al prezzo del pane.
E adesso?
Lo studio arriva in un momento di revisione delle ambizioni europee sull'agricoltura biologica. La strategia Farm to Fork aveva fissato l'obiettivo del 25% di superficie biologica entro il 2030, un traguardo che richiede di accelerare in modo significativo rispetto al ritmo attuale. I risultati del JRC offrono indicazioni precise su dove concentrare gli sforzi: le aziende cerealicole e zootecniche rispondono bene alla conversione già nel breve periodo e andrebbero prioritizzate nelle politiche di incentivo. Le colture permanenti, invece, richiedono un sostegno più prolungato e strumenti di valutazione con orizzonti temporali più lunghi.