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La Cina non combatte una guerra da 47 anni e sviluppa AI agentica per generare target e coordinare droni per colmare il gap con gli Usa

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La Cina non combatte una guerra da 47 anni e sviluppa AI agentica per generare target e coordinare droni per colmare il gap con gli Usa

Cos’è successo

Un rapporto del Center for a New American Security (CNAS) di Daniel Remler analizza come i sistemi AI cinesi avanzati – inclusi quelli agentici – possano già replicare o contrastare i processi di pianificazione e conduzione delle operazioni aeree e spaziali americane. Nel dettaglio, la Cina starebbe già sperimentando l’uso di flussi di intelligence per generare pacchetti per identificare obiettivi, tracciare logistica e valutare danni di battaglia -- in modo simile all'impiegato di Claude di Anthropic da parte delle forze armate USA durante la guerra contro l’Iran.Sono passati 47 anni dall'ultima guerra combattuta dalla Cina, quella contro il Vietnam nel 1979. Nel frattempo Pechino ha investito in un altro terreno di scontro: l'intelligenza artificiale.

Gli agenti AI cinesi mostrano potenziale in campagne cyber automatizzate, targeting più rapido e comando/controllo (C2), oltre a miglioramenti nella decisione per sciami di droni. Il report sottolinea che, sebbene le capacità esatte siano difficili da valutare con fonti aperte, dati di procurement delle forze armate cinesi (PLA) e brevetti (es. Università Beihang per AI in sciami di droni) indicano un’adozione accelerata da parte di entità controllate dal governo e forze armate cinesi. In caso di crisi o conflitto, l’AI cinese potrebbe alterare radicalmente la pianificazione di campagne aeree o operazioni combinate, permettendo così alla Cina di infliggere costi sostenuti, e addirittura vincere lo scontro, anche senza la superiorità tecnologica o numerica.

Perché conta

In un’era in cui l’AI agentica trasforma il ciclo OODA (Observe-Orient-Decide-Act) da umano-centrico a misto uomo-macchina, la Cina sta investendo strategicamente per colmare il gap con gli USA in pianificazione militare e conduzione operazioni. Questo non solo accelera i processi decisionali cinesi ma erode i vantaggi tradizionali americani in comando e controllo (C2) e targeting di precisione, trasformando lo spazio aereo e cibernetico in domini contesi dove velocità e volume contano quanto la tecnologia premium.

  • Cambio del quadro strategico: Gli sviluppi cinesi spostano la competizione con gli Stati Uniti verso una corsa all’integrazione AI tattica e locale, costringendo le forze aeree e spaziali americane a sviluppare rapidamente human-AI teaming, contromisure cyber e resilienza in ambienti degradati per mantenere superiorità operativa;
  • Rottura sistemica: Questi sviluppi dimostrano inoltre come l’AI a basso costo e scalabile possa permettere a un avversario near-peer di replicare capacità complesse senza investimenti equivalenti, accelerando il rischio di escalation cibernetica o spaziale e mettendo in discussione l’efficacia delle attuali dottrine di strike package occidentali.

Adesso

  • Con forze armate meno addestrate e preparate a crisi o conflitti (l'ultima guerra combattuta dalla Cina è del 1962) e una tecnologia militare, alla frontiera, più arretrata di quella americana, la Cina ha un incentivo a investire nell'AI per colmare i gap con Washington. Ciò però potrebbe conferire sia un errato senso di superiorità, e quindi incentivare comportamenti aggressivi o rischiosi, o portare ad incidenti, con possibili effetti sulla stabilità regionale;
  • Gli sviluppi cinesi potrebbero realisticamente portare ad una serie di contro-misure americane asimmetriche, incluse: ulteriori restrizioni all'export di semiconduttori e materiale per produrli, resrtizioni all'uso dei frontier AI models americani, investimenti in capacità agentiche difensive e edge-computing oltre a campagne cyber per sfruttare le vulnerabilità nei modelli cinesi;
  • Non sono del tutto chiare le implicazioni per gli alleati degli Stati Uniti che potrebbero essere chiamati a "fare la loro parte", in altri campi, dal commercio all'export, dalle pressioni diplomatiche fino a ulteriori rafforzamenti delle capacità militari nell'Asia Pacifico.

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