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L'Ue tratta con la Siria post-Assad per una ricostruzione che costa 200 miliardi

Cos’è successo
L’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Kaja Kallas, ha ricevuto oggi a Bruxelles il ministro degli Esteri siriano, Asaad Hassan al-Shaibani, in occasione del Dialogo politico di alto livello tra il blocco europeo e il paese arabo. Si tratta del primo incontro di questa portata da quando, a dicembre 2024, è stato rovesciato il regime di Bashar Al-Assad, dopo quasi mezzo secolo di dominio e 14 anni di guerra civile. Nelle stesse ore, il Consiglio Ue ha ripristinato l'Accordo di cooperazione Ue-Siria, varato nel 1978 e sospeso dal 2011, eliminando i blocchi commerciali su vari prodotti siriani, tra cui petrolio e metalli preziosi.
La decisione segna la ripresa del dialogo diplomatico e l'impegno di Bruxelles nel sostenere attivamente la ricostruzione economica del Paese, il cui costo stimato – secondo i dati pubblicati dalla Banca mondiale a ottobre 2025 – è di 216 miliardi di dollari (circa tre volte quello per Gaza: 70 miliardi di dollari). Il provvedimento entrerà in vigore dopo la notifica ufficiale alle autorità siriane, a seguito del summit di oggi.
Perché conta
Le relazioni tra l'Unione europea e la Siria stanno vivendo una svolta storica, che punta a normalizzare i rapporti dopo la caduta del regime di Assad e la salita al potere di Ahmed al-Sharaa, già leader jihadista con il nome di guerra Abu Mohammed al-Jolani. Sono almeno tre i dossier fondamentali che definiscono questo nuovo capitolo:
- A fronte di circa 1,3 milioni di rifugiati siriani ancora presenti in Europa, il dossier si è spostato dalla protezione emergenziale al supporto per i rientri. Dall'inizio del 2025, oltre 1,5 milioni di siriani sono tornati in patria; l'UE sta finanziando programmi di "reintegrazione sicura" tramite Frontex per gestire migliaia di partenze volontarie mensili dall'Europa verso una Siria ora considerata "Paese sicuro" ma ancora fragile;
- Ricostruzione e opportunità industriali: Con il ripristino dell'Accordo di cooperazione e lo sblocco di un pacchetto Ue da 620 milioni di euro per il biennio 2026-2027, le imprese europee stanno già entrando massicciamente nel mercato siriano. I settori chiave sono l'edilizia e la logistica: colossi come Cma e Dp World hanno già siglato concessioni trentennali per i porti di Latakia e Tartus, visti come i principali terminali per i materiali necessari a ricostruire infrastrutture e abitazioni;
- Hub strategico (alternativo all'Imec?): La chiusura dello Stretto di Hormuz e la paralisi del corridoio Imec – il corridoio indo-mediterraneo alternativo alla “Nuova via della seta” cinese – hanno reso la Siria un asset geopolitico vitale. Bruxelles guarda con interesse al progetto "Silk Link" e alla riattivazione dell'oleodotto verso il porto di Baniyas, sulla costa siriana, per esportare petrolio iracheno e gas del Golfo verso il Mediterraneo, trasformando la Siria nel "ponte terrestre" necessario per aggirare i colli di bottiglia marittimi messi in crisi dal conflitto, che coinvolge attori Imec di primo livello come Israele e Paesi del Golfo, mentre la Siria è rimasta sostanzialmente estranea alla guerra.
Adesso
- Già a maggio 2025, l’Ue ha rimosso le sanzioni contro la Siria. Con il ripristino dell’Accordo di cooperazione del 1978 le imprese europee potranno affacciarsi nuovamente sul mercato siriano, ma molto dipenderà anche da accordi su base bilaterale;
- Nonostante la riabilitazione pressoché totale di Al-Sharaa e del suo governo, la Siria post-Assad vive in una condizione di equilibrio precario sia sul fronte interno che su quello regionale, in particolare nei rapporti di vicinato con Israele;
- Le autorità europee continueranno a basare i loro rapporti con la “nuova Siria” sul concetto di condizionalità: ogni apertura di credito – che sia politico, economico o istituzionale – andrà di pari passo con la sorveglianza sul rispetto dei diritti umani, in particolare delle donne e delle minoranze.