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L'ingresso dell'Islanda nell'Ue appeso a un referendum, ma soprattutto alla pesca

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L'ingresso dell'Islanda nell'Ue appeso a un referendum, ma soprattutto alla pesca

Cosa è successo

Il prossimo 29 agosto in Islanda si terrà un referendum per la ripresa dei negoziati con l’Unione europea. In realtà il tema non è nuovo, perché le trattative per l’adesione erano già arrivate a buon punto, salvo poi interrompersi bruscamente nel 2013, per l’impossibilità di trovare un accordo sul tema della pesca.

  • La pesca, per l’economia islandese, è una questione cruciale (vale circa il 10% del Pil, il 40% dell’export) e l’adesione all’Ue comporterebbe il dover sottostare alle regole europee in tema di quote pesca e di tutela dell’ambiente.
  • Inoltre, comporterebbe la concessione dell'accesso alle acque islandesi da parte dei pescatori europei, cosa che agli isolani risulta particolarmente indigesta.
  • Nel dicembre 2025 l’Islanda ha raggiunto un accordo con Regno Unito, Norvegia e Isole Faroe per la gestione della pesca dello sgombro fino al 2028, in un quadro che di fatto taglia fuori l’Ue da quelle pescose acque.
  • A peggiorare le cose c’è il fatto che l’Ue vieta la caccia alla balena, che invece in Islanda è diffusa e fiorente.

Di recente, a causa delle oscillazioni valutarie della Corona e soprattutto delle intemperanze trumpiane in tema artico, l’Islanda ha ripreso a guardare con cordialità al progetto europeo, fino a riprendere in mano la faccenda negoziati e a indire il referendum.

L’Ue d’altra parte, in questa fase, non chiede di meglio: l’Islanda, benché piccola, ha una collocazione geografica più che strategica. Inoltre, l’adesione del Paese all’Unione rafforzerebbe il progetto europeo, mai del tutto ripresosi da Brexit e, attualmente, lacerato da divisioni interne e difficoltà elettorali. Per questo è possibile che, per facilitare la strada al ‘Sì’ al referendum di agosto, Bruxelles sia disponibile a rivedere le sue norme in materia di pesca.

Perché è importante

La questione Islanda è cruciale per varie ragioni, sia strategiche che politiche. Ma ha un peso decisivo anche per un’altra questione, che all’Ue sta molto più a cuore: l’effetto che potrebbe avere su un ipotetico percorso simile per la Norvegia.
Ed è soprattutto in questo senso che vanno lette le aperture europee in tema di pesca.

Secondo il Financial Times, il commissario europeo per la pesca, Costas Kadis, ha dichiarato che politiche di pesca flessibili potrebbero rendere l'integrazione più attraente anche per "altri paesi con idee simili". Il che significa, appunto, la Norvegia, Paese ricchissimo di gas, la cui adesione all’Ue sarebbe foriera di soluzioni a buona parte dei problemi energetici del blocco.

E adesso?

Tutto dipenderà dall’esito del voto di fine agosto: attualmente il ‘No’ è in leggero vantaggio sul “Sì” (47 a 42), ma tutto è ancora da decidere. Allo stesso modo è tutto da vedere come e quanto il referendum islandese influirà sulle politiche norvegesi.

In ultima istanza, poi, occorrerà vedere quali e quanto ampie saranno le ‘concessioni’ in tema pesca ipotizzate dall’Ue. Il tema infatti è tra i più delicati per le policies del blocco, perché racchiude in sé temi simili a quelli dell’agricoltura (c’è una categoria che vive dello sfruttamento dell’ambiente ma che è, allo stesso tempo, pesantemente colpita dalla crisi ambientale), ma tocca anche temi di sovranità nazionale e di politica, tanto da essere stata uno dei nodi più complessi da sciogliere ai tempi di Brexit.

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