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L'Indonesia apre lo spazio aereo agli Usa, il nuovo perno per la strategia militare

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L'Indonesia apre lo spazio aereo agli Usa, il nuovo perno per la strategia militare

Cosa è successo

Negli ultimi giorni gli Stati Uniti hanno attivato un blocco navale sui porti iraniani nello Stretto di Hormuz. Il provvedimento è entrato in vigore il 13 aprile 2026 (dopo l’annuncio di Trump del giorno prima), a seguito del fallimento dei colloqui di pace tra Stati Uniti e Iran tenutisi in Pakistan. La US Navy blocca tutte le navi in entrata o in uscita dai porti iraniani, mentre lascia transitare liberamente quelle dirette verso altri Paesi del Golfo. L’obiettivo dichiarato è costringere Teheran a riaprire completamente lo stretto e accettare un accordo di pace.

In parallelo, esattamente nello stesso arco di 48 ore, Stati Uniti e Indonesia stanno negoziando un accordo di difesa: una “Letter of Intent” che concederebbe agli aerei militari Usa un accesso “blanket” (illimitato e su semplice notifica) allo spazio aereo indonesiano per operazioni di contingenza, crisi e esercitazioni. Il ministro della Difesa indonesiano Sjafrie Sjamsoeddin è atteso a Washington il 15 aprile per finalizzare il testo. Non è ancora firmato, ma la trattativa è pubblica e confermata dal ministero della Difesa di Jakarta.

Perché è importante

Il blocco di Hormuz è un’azione di guerra economica e pressione militare diretta contro l’Iran. Gli Usa usano il controllo del principale collo di bottiglia energetico del mondo per piegare Teheran senza (per ora) bombardamenti. La mossa mette in difficoltà i suoi alleati, in particolare la Cina che nel weekend si è detto fosse disposta a fornire difese anti-aeree all'Iran e che, a sua volta, dipende in maniera significativa dall'export di idrocarburi e materie prime dal Golfo Persico. L’accordo con l’Indonesia è il corrispettivo asiatico della stessa strategia: Washington sta rafforzando in tempo reale la propria proiezione militare anche nell’Indo-Pacifico. Ottenere overflight liberi sull’arcipelago più grande del mondo significa avere una rotta logistica diretta e rapida tra Oceano Indiano e Pacifico, riducendo la dipendenza da altri corridoi e preparandosi a eventuali escalation più ampie. I due eventi non sono collegati operativamente, ma sono chiaramente “paralleli” sul piano temporale e strategico: gli Usa stanno agendo su due teatri critici nello stesso momento.

E adesso?

Il blocco ha già spinto il petrolio oltre i 100 dollari al barile; un prolungamento rischia shock inflattivi in tutto il mondo. L’Iran ha definito il blocco “pirateria” e minaccia ritorsioni contro i porti dei vicini del Golfo. L’Indonesia, storicamente non-allineata, sta compiendo un passo visibile verso Washington, con possibili tensioni interne e con Pechino (che vede l’Indo-Pacifico come proprio spazio vitale).


Gli Usa dimostrano capacità di agire simultaneamente su Medio Oriente e Asia, consolidando alleanze e linee di rifornimento in vista di scenari di crisi multi-teatro. L'accordo confermerebbe come gran parte delle iniziative di politica estera americana siano volte a contenere l'ascesa economica, tecnologica e militare di Pechino. Il prossimo mese si attende un vertice tra Stati Uniti e Cina: al centro vi è non solo l'equilibrio militare mondiale ma anche il commercio internazionale. Negli ultimi trent'anni, il commercio internazionale, e di conseguenza la crescita economica cinese, si è retta sul paradigma della globalizzazione, per cui i mari erano liberi, e gli stretti (Suez, Hormuz, Malacca) erano aperti. Gli Stati Uniti stanno mettendo in discussione questi assunti. Per l’Italia e l’Europa, tutto ciò implica maggiore instabilità dei prezzi energetici e rischio di interruzioni nelle rotte commerciali.

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