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L'Europa invecchia e perderà 2 milioni di lavoratori, senza IA crollo della produttività

3 min di lettura

Cosa è successo

L'energia in Italia costa 140 euro per megawattora, l'Europa ha cinque volte meno unicorni degli Stati Uniti e il settore automotive rischia di perdere 3 milioni di veicoli prodotti entro il 2035. Stéphane Séjourné, Vicepresidente esecutivo della Commissione europea, intervistato da FPS, risponde con una nuova dottrina e per ogni dato cita una policy: dal made in Europe, all’autonomia strategica, alla produttività tecnologica.

Perché è importante

La competitività europea non è in crisi per un singolo fattore, ma per un insieme di fragilità strutturali che si sono consolidate nel tempo. Stéphane Séjourné, nel corso dell’intervista a FPS, risponde alle nostre domande partendo sempre da un dato, per arrivare a delineare le policy, per proiettarci verso il futuro.
“Se devo indicare un numero, direi 140 euro per megawattora, che rappresenta oggi il prezzo dell’energia in Italia. Questo dato mostra quanto i prezzi siano esposti alle dinamiche geopolitiche e internazionali. Per questo servono due livelli di intervento: una politica di lungo periodo, basata sulla decarbonizzazione e sulla sovranità energetica; una politica di breve periodo per contenere i prezzi, attraverso misure coordinate a livello italiano ed europeo per evitare che il costo dell’energia aumenti in modo incontrollato”

Sul fronte tecnologico, il divario con gli Stati Uniti in termini di startup scalabili è ancora enorme: “200 unicorni europei contro 1.000 americani”, ricorda il Vicepresidente esecutivo della Commissione Ue.
Sul fronte delle risorse, l’Europa dipende dall’estero per la stragrande maggioranza delle materie prime critiche necessarie alla transizione energetica e digitale. E dal 2035, stima la Commissione Ue, 2 milioni di lavoratori usciranno dal mercato del lavoro europeo senza che esista ancora una strategia su come compensarne la produttività.

Séjourné parla di una serie di interventi cruciali da parte della Commissione Ue che vanno dall’energia alle materie prime, dall’automotive al digitale, al “made in Europe”.

Per decenni, l’Europa ha scelto la globalizzazione come modello di sviluppo: comprare dove costa meno, produrre dove conviene, affidarsi al mercato per l’allocazione delle risorse strategiche. Questo modello ha funzionato finché il contesto geopolitico era stabile. Ma è evidente che non funzioni più.

La proposta di richiedere il 70% di contenuto locale per i veicoli europei, ovvero quanta parte del valore di un’auto deve essere prodotta all’interno di un determinato territorio (dato chiave dell’Industrial Accelerator Act citato da Séjourné), non è una misura protezionistica nel senso tradizionale del termine. Si tratta invece del riconoscimento che la capacità produttiva, una volta persa, si recupera con molta difficoltà. E che in settori strategici, come automotive, semiconduttori e terre rare, dipendere dall’esterno significa esporsi a rischi che nessuna politica commerciale può gestire quando è ormai troppo tardi.

E adesso?

Il nodo irrisolto è la produttività. L’Europa invecchia: dal 2035 in poi, la forza lavoro si contrarrà strutturalmente. Senza un aumento significativo della produttività per lavoratore, attraverso l’adozione dell’intelligenza artificiale e dell’automazione nei processi industriali, la riduzione della forza lavoro si tradurrà direttamente in una riduzione del prodotto interno lordo e del tenore di vita dei cittadini europei.
Il rischio non è quello di perdere una competizione tecnologica con gli Stati Uniti o con la Cina, ma che mentre ci si concentra sulla difesa dello status quo, non si costruiscano le condizioni per far emergere le filiere del futuro. I 200 unicorni europei di oggi erano startup dieci anni fa. Quanti ce ne saranno fra dieci anni dipende dalle decisioni che si prendono adesso sul mercato dei capitali, sulla regolamentazione digitale e sulla disponibilità di competenze tecnologiche.

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