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L'Europa importa 30 mln di tonnellate di soia l'anno da 3 Paesi e deve sviluppare una strategia per ridurre la dipendenza proteica

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L'Europa importa 30 mln di tonnellate di soia l'anno da 3 Paesi e deve sviluppare una strategia per ridurre la dipendenza proteica

Cos’è successo

Il 22 giugno l'EEA ha pubblicato il report "Protein diversification: strategic risks and opportunities for sustainable food systems". La tesi centrale è che il sistema proteico europeo, così com'è costruito, è ambientalmente insostenibile e strategicamente vulnerabile.

L'Ue importa quasi due terzi del mangime proteico ad alto contenuto usato nell'allevamento, con la fornitura concentrata in pochi Paesi: Brasile, Argentina e Stati Uniti. Le sole importazioni di soia ammontano a circa 30 milioni di tonnellate l'anno, prevalentemente per uso zootecnico, con un'espansione della coltivazione legata alla deforestazione in America del Sud. Il report non chiede di eliminare l'allevamento, ma di trattare la diversificazione proteica come una strategia deliberata di lungo periodo, non come una scelta di consumo individuale.

Perché conta

Le proteine sono il punto in cui la politica agricola, la sicurezza alimentare e la geopolitica si sovrappongono in modo concreto. L'Europa mangia troppa proteina animale rispetto ai fabbisogni nutrizionali, produce quella proteina in modo inefficiente dal punto di vista delle emissioni, e per sostenerla dipende da importazioni di soia concentrate in tre Paesi che sono insieme fornitori, interlocutori commerciali e potenziali competitor strategici. È una tripla esposizione ambientale, economica, geopolitica, che finora è stata gestita come tre problemi separati invece che come uno solo.

  • Non è una questione dietetica, è una questione di supply chain: 30 milioni di tonnellate di soia l'anno non sono una preferenza alimentare, sono una dipendenza infrastrutturale. Le stesse tensioni su energia e fertilizzanti che hanno segnato gli ultimi anni hanno dimostrato quanto velocemente uno shock su una commodity strategica si propaghi all'intera filiera alimentare;
  • Il paradosso Mercosur: l'accordo commerciale appena entrato in vigore con Brasile e Argentina stabilizza quella fornitura. Ma una strategia proteica domestica europea che funzionasse ridurrebbe nel lungo periodo esattamente quella domanda. I due dossier non si parlano ancora, e dovrebbero;
  • C'è anche un'opportunità: il mercato globale delle proteine alternative è atteso crescere di sette volte entro il 2035. L'Europa ha filiere mature, capacità di ricerca e standard regolatori che la posizionano bene nei segmenti ad alto valore: proteine vegetali, fermentazione, mangimi sostenibili. Il ritardo nel trattare la diversificazione come strategia industriale ha un costo anche in termini competitivi, non solo ambientali.

Adesso

  • Il report segnala come strumento di coordinamento la strategia proteica UE anticipata nella Vision for Agriculture and Food: tre priorità: integrità ambientale, autonomia strategica, transizione giusta per le aree rurali dipendenti dall'allevamento;
  • Il nodo politico è il bilanciamento: estensive pratiche di pascolo su pascoli naturali sostengono biodiversità e circa un terzo degli habitat protetti europei. La diversificazione dovrà essere disegnata per non colpire i sistemi zootecnici estensivi che svolgono funzioni ecosistemiche.

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