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L'alleanza di 3 Paesi lancia la NATO del Medio Oriente per far fronte a un futuro senza la protezione americana

Cos’è successo
Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno firmato venerdì il Mecca Joint Defense Agreement, dal nome della città santa dell’islam in cui è stato siglato, un patto di difesa reciproca in stile Nato che consolida il potere dei tre pesi massimi del mondo sunnita: un attacco armato contro uno dei tre Stati sarà considerato un attacco contro tutti. L'Egitto, che aveva partecipato ai negoziati preliminari, non figura tra i firmatari.
L'accordo arriva dopo quasi un anno di trattative accelerate dalla guerra Usa-Iran, che ha esposto la vulnerabilità delle basi americane nel Golfo e costretto Washington a riposizionare forze significative: diversi analisti lo leggono come l'inizio istituzionale di un Medio Oriente meno dipendente dalla protezione militare statunitense, non privo degli Stati Uniti ma non più organizzato attorno alla loro presenza.
Perché conta
- Ognuno dei tre Paesi porta al tavolo una capacità che gli altri due non hanno: il Pakistan è l'unico Stato musulmano dotato di arsenale nucleare e possiede l'esercito più potente del mondo islamico, la Turchia ha la seconda forza armata della Nato, esperienza operativa nell'Alleanza atlantica e un'industria della difesa sofisticata e redditizia, dai droni ai caccia, e l'Arabia Saudita mette sul piatto la ricchezza petrolifera, la leadership dell'Opec e un'aviazione da combattimento diventata la più potente del mondo musulmano;
- La minaccia comune ‘naturale’ che il patto è chiamato a fronteggiare è l'Iran e la sua rete di attori non statali: Teheran ha colpito direttamente l'Arabia Saudita, ha sostenuto le milizie sciite in Iraq contro cui Riad e Washington hanno condotto raid congiunti a fine luglio, e alimenta gli Houthi in Yemen, contro cui il Comando delle forze congiunte a guida saudita sta conducendo una campagna per tentare di neutralizzarne la capacità militare;
- Ma ogni Paese porta anche minacce specifiche non condivise dagli altri due: la Turchia è entrata in un'escalation retorica sempre più dura con Israele, che accusa Ankara di volere un "asse radicale sunnita" dopo che il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha definito Israele un "peso che l'umanità non può più sostenere", mentre il Pakistan non ha finora risposto militarmente agli attacchi iraniani contro l'Arabia Saudita né ha confermato che il proprio ombrello nucleare si estenda agli alleati, segno che l'impegno reciproco resta per ora più politico che automatico.
Adesso
- Il passo logico successivo è il resto del Golfo: il consigliere mediatico della monarchia del Bahrein, Nabeel Alhamar, propone di superare il Consiglio di cooperazione del Golfo per un'Unione del Golfo integrata con la difesa saudita, mentre argomenti simili circolano già in Kuwait e Qatar, e un cerchio più ampio potrebbe poi coinvolgere su base volontaria Egitto, Algeria, Malesia e Indonesia senza imporre a tutti gli stessi obblighi di difesa;
- Per Israele, l'emergere di questa architettura significa che il proprio margine di manovra militare non è più illimitato: l'attacco israeliano al Qatar del 9 settembre 2025 viene citato come l'esempio di cosa succede quando la superiorità militare viene confusa con una licenza strategica senza limiti, e il nuovo equilibrio regionale imporrà probabilmente moderazione sia a Teheran e ai suoi alleati sia a Gerusalemme;
- Per l'Europa la lezione è più scomoda che consolante: mentre Bruxelles discute di autonomia strategica a partire dal rapporto Draghi, tre potenze mediorientali l'hanno costruita concretamente, senza aspettare che l'ombrello americano venisse davvero meno: arsenale nucleare, industria della difesa, forze aeree avanzate. L'autonomia strategica si misura in capacità reali accumulate prima della crisi, non in dichiarazioni di principio scritte durante la crisi stessa.