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L’AGCOM sul quantum computing e la lezione che l'AI non ha insegnato in tempo
Cosa è successo
Il 10 marzo l'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) ha avviato un'indagine conoscitiva sul settore del quantum computing — la prima in Italia e tra le prime in Europa su questo specifico mercato. L'indagine, affidata alla relatrice Elisabetta Iossa, si chiuderà il 31 dicembre 2026; contestualmente è aperta una consultazione pubblica (“call for inputs”) fino al 30 aprile. Le preoccupazioni che motivano il procedimento sono cinque:
- barriere all'ingresso di tipo economico, tecnologico e conoscitivo;
- rischio di lock-in contrattuale e tecnologico;
- "tech preemption" tramite accumulo di brevetti; acquisizioni precoci di startup;
- rischio che gli hyperscaler estendano al quantum computing le posizioni dominanti già consolidate nel cloud, in quello che il provvedimento chiama "Quantum-as-a-Service".
Perché è importante
L'indagine nasce anche "alla luce di dinamiche già osservate con la diffusione dell'AI" — un'ammissione implicita, quasi discreta, che sul fronte dell'intelligenza artificiale il momento giusto per intervenire in via preventiva è già passato. Adesso l'obiettivo è non ripetere lo stesso errore con una tecnologia ventura che potrebbe avere un’importanza strategica (economica e financo geopolitica) non secondaria.
Il quantum computing si trova oggi in una fase che i tecnici definiscono NISQ — sistemi ancora "rumorosi", soggetti ad errori frequenti, utili per esperimenti ma non ancora per calcoli stabili e scalabili. Il mercato globale è intorno al miliardo di dollari e benché le proiezioni parlino di oltre 100 miliardi entro il 2040, stiamo parlando di briciole rispetto al mercato (reale, corrente) AI.
Diversamente da quanto accadde proprio con l'AI nel 2015-2018, però, il campo hardware è ancora genuinamente aperto: nessuno sa quale tecnologia fisica prevarrà tra superconduttori, ioni intrappolati, fotoni e atomi neutri. E in questo contesto, l'Europa non parte dal niente. Pasqal (Francia, atomi neutri) è considerata tra le aziende più serie del settore; IQM (Finlandia) costruisce hardware superconduttore con contratti governativi; Alice & Bob (ancora Francia) lavora su un approccio alla fault-tolerance che ha attirato attenzione scientifica significativa. La finestra esiste.
Il problema è che, verosimilmente, si chiuderà nel momento stesso in cui il quantum computing farà lo step di maturazione, cioè quando si passerà dal NISQ ai sistemi cosiddetti “fault-tolerant” (cioè, appunto, in grado di tollerare errori introdotti dal rumore quantistico senza perdere la correttezza del calcolo). A quel punto i costi infrastrutturali esploderanno, e l'unico canale pratico per distribuire potenza di calcolo quantistica su scala sarà il cloud — i soliti AWS, Azure, Google Cloud.
Storia che tornerebbe a ripetersi ma con un dettaglio ulteriore, e cioè che nel QC il layer che determina l'indipendenza non è l'hardware in sé (come le GPU per l’AI), ma le interfacce di programmazione — i linguaggi per controllare i qubit, i compilatori che traducono algoritmi in circuiti fisici. Se questi restano proprietari e incompatibili tra architetture diverse, anche chi dovesse costruire hardware autonomo si ritroverebbe prigioniero della stack di chi controlla il software. È esattamente il vendor lock-in tecnico che il provvedimento AGCM identifica.
E adesso?
L'indagine solleva una domanda che il provvedimento non formula mai del tutto: regolare per fare cosa? Ci sono due obiettivi molto diversi che potrebbero sembrare lo stesso.
Il primo è costruire campioni europei nel quantum computing capaci di competere con Google e IBM sul piano dell'hardware e dei servizi. È un obiettivo comprensibile nella logica della sovranità tecnologica, ma probabilmente fuori portata — soprattutto per il layer dei servizi distribuiti, dove la scala del cloud americano è difficile da replicare nel tempo utile. Una teoria dei giochi resa tra l’altro ulteriormente complessa dagli investimenti in capex massicci in corso per l’AI, che cambieranno il panorama in modo sostanziale da qui al momento di maturità tecnologica del quantum.
Il secondo è garantire che il quantum computing, quando maturerà, non diventi automaticamente un'appendice dell’oligopolio cloud già esistente. Questo significa standardizzazione delle interfacce di programmazione (perché un algoritmo scritto per una piattaforma possa girare su un'altra), regole sull'interoperabilità, e soprattutto antitrust preventivo sulle acquisizioni di startup — il punto forse più concreto, dato che è lì che si giocherà la prossima fase di consolidamento.
Il Quantum Act europeo atteso per metà 2026 — citato nel provvedimento AGCM — avrà senso se persegue il secondo obiettivo. Se invece diventerà l'ennesimo programma industriale per finanziare player nazionali nella speranza di colmare un gap tecnologico, rischierà di sprecare la finestra che ancora esiste, quella stessa finestra che sull'AI non è stata sfruttata. È una questione di fattibilità prima ancora che di visione, e di onestà intellettuale rispetto a cosa la regolamentazione può e non può fare.
L'AGCM, nel merito, sembra avere le idee abbastanza chiare. Il provvedimento non parla di campioni nazionali; parla di lock-in, brevetti e acquisizioni. Se la consultazione pubblica e l'indagine produrranno raccomandazioni coerenti con quell'impostazione, potrebbe essere uno dei contributi più utili che un'autorità di concorrenza europea abbia dato al dibattito sulle tecnologie critiche negli ultimi anni. Il punto di partenza, almeno, è quello giusto.