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Iran: le Guardie, i riformisti e il futuro del regime
Iran: le Guardie, i riformisti e il futuro del regime
Cosa è successo?
Con la morte di Ali Khamenei la Repubblica Islamica perde il perno che per 37 anni aveva tenuto in equilibrio le sue fazioni interne. Era stato lui a garantire che la guida suprema rimanesse l'autorità reale del Paese, non solo quella formale. Era stato lui a spingere l'Iran verso l'egemonia regionale, impegnandolo in un conflitto permanente con Israele e gli Stati Uniti. Ed era stato lui a trasformare le Guardie della Rivoluzione da corpo militare dall'esistenza incerta nel pilastro centrale del regime. La nomina del figlio Mojtaba come successore è avvenuta in fretta, e la nuova Guida Suprema eredita un regime sopravvissuto agli attacchi ma militarmente menomato, finanziariamente esausto e politicamente disorientato. La domanda che si pone non è se cadrà, ma chi lo controllerà, e con quale progetto.
Perché è importante
La morte di Khamenei non ridisegna solo gli equilibri interni iraniani: rimette in discussione l'intera architettura di sicurezza del Medio Oriente costruita negli ultimi decenni. L'Iran era il principale sponsor di una rete di attori armati non statali – Hezbollah, gli Houthi, le milizie sciite in Iraq, Hamas – che aveva trasformato la regione in un sistema di conflitti interconnessi e gestibili da Teheran. Con le Guardie della Rivoluzione indebolite militarmente ma senza più contrappesi interni, e le casse dello Stato esauste, la rete di attori armati regionali sponsorizzata da Teheran è ora priva del suo centro di gravità. Il vuoto non è necessariamente pacifico: attori abituati a operare sotto ombrello iraniano potrebbero riorientarsi verso altri alleati (come Russia o Cina) o seguire logiche autonome. Sul fronte nucleare, la distruzione delle installazioni rimuove una minaccia immediata ma non elimina il know-how: un regime militarizzato e isolato potrebbe ricostruire il programma clandestinamente, questa volta senza le mediazioni che avevano reso possibile il JCPOA, ovvero il Joint Comprehensive Plan of Action, firmato tra Iran, Stati Uniti, UE, Russia, Cina, Francia, Germania e Regno Unito. Prevedeva la limitazione del programma nucleare iraniano in cambio della rimozione delle sanzioni. Trump lo abbandonò unilateralmente nel 2018.
E adesso?
La principale conseguenza della morte di Khamenei è, finora, il rafforzamento dell'IRGC. Che Mojtaba Khamenei regga o meno, l'ufficio della guida suprema non avrà più l'autorità per frenare l'agenda delle Guardie: il nuovo leader sarà tanto loro agente quanto loro supervisore. Tre scenari si profilano:
il più probabile nel breve periodo è la consolidazione di uno Stato a controllo militare: l'IRGC guida de facto, politica estera aggressiva, riavvicinamento a Cina e Russia. Ma questo percorso ha limiti strutturali seri: Pechino e Mosca non possono isolarsi dagli Stati del Golfo, furenti con Teheran, e l'Iran non ha le risorse per riarmarsi su tutti i fronti contemporaneamente;
il secondo scenario è una transizione guidata dai pragmatici: una coalizione attorno a un progetto di stabilizzazione (apertura economica, riduzione delle tensioni nucleari, allentamento della pressione sociale) abbastanza convincente da costringere anche le Guardie a scendere a patti;
il terzo scenario coinvolge la società civile: bazaari, sindacati, la generazione più giovane che non ha memoria della rivoluzione del 1979 potrebbero fornire la legittimità popolare a un leader interno disposto a sfidare le Guardie dall'interno. Per Washington, la via maestra è lavorare con chi dentro il sistema vuole cambiarlo: impegno diplomatico diretto e concessioni misurate sulle sanzioni in cambio di passi incrementali sul nucleare. L'alternativa è un Iran degradato ma immobile, condannato a una conflittualità permanente che non conviene a nessuno.