EditorialeSICUREZZA & RESILIENZA
Iran: l'attacco del sottomarino Usa, il messaggio e la strategia di Washington
Cosa è successo?
Il 4 marzo una nave della Marina iraniana, la fregata IRIS Dena, è stata affondata da un sottomarino d’attacco della U.S. Navy al largo di Galle, sulla costa meridionale dello Sri Lanka, nell’Oceano Indiano. Il sottomarino statunitense ha lanciato un siluro pesante Mk-48 che ha colpito la nave sotto la linea di galleggiamento, provocandone l’affondamento in pochi minuti. A bordo c’erano circa 180 marinai: almeno 80-87 sono morti e 32 sono stati recuperati vivi dalle operazioni di soccorso condotte dalla Marina dello Sri Lanka. La Dena, una fregata classe Moudge da circa 1.500 tonnellate, era una delle unità più moderne della Marina iraniana e stava rientrando dopo aver partecipato a esercitazioni navali internazionali nel Golfo del Bengala. L’episodio ha una forte rilevanza storica: è la prima volta dalla Seconda guerra mondiale che un sottomarino statunitense affonda una nave nemica con un siluro in combattimento.
Perché è importante
Dal punto di vista strategico, l’operazione appare come un segnale politico e militare diretto a Teheran. Colpire una nave iraniana lontano dal Medio Oriente — nell’Oceano Indiano e vicino allo Sri Lanka — dimostra che gli Stati Uniti sono in grado di individuare e distruggere asset (militari) iraniani ovunque operino, anche quando questi ritengono di trovarsi in aree relativamente sicure. Il messaggio è duplice. Da un lato, Washington vuole mostrare la propria superiorità navale e la capacità di proiettare forza su scala globale: se l'Iran vuole attaccare gli alleati americani nel resto del Medio Oriente, l'America può attaccare l'Iran in qualunque parte del mondo. Dall’altro, l'azione intende aumentare la pressione psicologica e strategica sull’Iran, segnalando l'intenzione di usare tutta la forza necessaria.
Dal punto di vista giuridico e politico, tuttavia, l’episodio solleva interrogativi importanti. Questo è un atto di guerra, ma gli Stati Uniti non hanno dichiarato guerra all'Iran - che richiederebbe un mandato esplicito del Congresso degli Stati Uniti, elemento che alimenta il dibattito interno sulla legittimità e sull’escalation del conflitto.
E adesso?
L’obiettivo strategico di Washington sembra essere quello di usare tutta la forza possibile per accelerare una trattativa con l’Iran. La logica è simile a quella già vista in altri contesti recenti, come nel caso del Venezuela. Questa impostazione è coerente anche con quanto emerso nelle analisi della stampa americana. Non è chiaro se, come e quando questa pressione finirà. La principale minaccia al regime non è Israele o gli Stati Uniti, ma una rivolta interna. Con l'attuale pressione militare, il regime rischia di trovarsi di fronte a due strade chiude: il rischio di essere distrutto dal potere militare americano o di essere rovesciato dalla sua popolazione. Israele gioca un ruolo centrale, perché non è detto che i suoi piani convergano con quelli degli Stati Uniti.