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Difesa: il cambio di passo del governo italiano nella politica industriale
Cosa è successo
Il 7 marzo 2026 il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha convocato una riunione d’emergenza con il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Luciano Portolano, il Direttore Nazionale degli Armamenti Ammiraglio Giacinto Ottaviani e circa 130 rappresentanti dell’industria della difesa italiana. L’incontro è stato motivato dal deterioramento della situazione internazionale, in particolare dall’escalation militare in Medio Oriente, e aveva l’obiettivo di verificare le capacità operative disponibili dell’industria nazionale e accelerare tutte le iniziative in grado di rafforzare rapidamente la difesa del Paese e quella degli alleati. Il Ministro ha invitato l’industria a segnalare immediatamente programmi pronti o quasi pronti, disponibilità produttive e possibili incrementi di produzione, sottolineando anche la necessità di ridurre ostacoli burocratici che rallentano la risposta industriale alle esigenze di sicurezza. La riunione sembrerebbe rappresentare un segnale politico: il governo italiano sta preparando un cambio di passo nella politica industriale della difesa, con l’obiettivo di aumentare rapidamente la produzione di sistemi militari e rafforzare la cooperazione con alleati e partner. La decisione arriva in un contesto internazionale segnato da conflitti simultanei – dalla guerra in Ucraina all’escalation in Medio Oriente – che stanno mettendo sotto pressione le capacità industriali militari dell’Occidente.
Perché è importante
Il messaggio politico della riunione è che l’Italia – e più in generale l’Europa – starebbero cercando di adattare il proprio sistema industriale della difesa a un contesto internazionale più competitivo e instabile. Negli ultimi trent’anni l’industria militare occidentale è stata organizzata secondo una logica di efficienza economica, producendo sistemi di altissima qualità ma in quantità limitate, coerenti con bilanci della difesa relativamente bassi (spesso inferiori al 2% del PIL). Questo modello si è dimostrato problematico in un contesto di guerra ad alta intensità come quello osservato in Ucraina o nel Medio Oriente. Il problema non riguarda tanto la qualità dell’industria italiana. Al contrario, l’Italia possiede uno dei sistemi industriali militari più avanzati d’Europa, integrato con le principali industrie del continente e capace di produrre sistemi d’arma sofisticati in molti settori: aeronautico, navale, elettronico e missilistico. Il limite principale riguarda invece la scala produttiva. Come nel resto dell’Occidente, le linee di produzione sono dimensionate sugli ordinativi di pace e non su esigenze di guerra o di crisi prolungata. Aumentare la produzione richiede quindi impegni finanziari pluriennali da parte dello Stato, in modo da garantire all’industria ordini sufficienti per giustificare nuovi investimenti. In questo contesto, l’Italia potrebbe trovarsi in una posizione relativamente favorevole in Europa. Il Paese dispone infatti di un’industria della difesa altamente integrata con quella europea e con una forte presenza in programmi multinazionali. Ciò lo rende un attore centrale nei progetti europei di rafforzamento della difesa, tra cui il programma ReArm Europe / Readiness 2030.
E adesso?
Le implicazioni della decisione italiana sono sia industriali sia geopolitiche.
Primo, l’accelerazione della produzione militare potrebbe rafforzare la posizione dell’Italia nel mercato globale della difesa. Gli eventi recenti hanno dimostrato che uno dei settori più critici è quello della difesa aerea e antimissile, dove la domanda globale è in forte crescita. In questo ambito, uno dei sistemi europei più avanzati è il SAMP/T air defense system, sviluppato congiuntamente da Italia e Francia. Il sistema ha dimostrato buone prestazioni operative anche nel contesto della guerra in Ucraina e rappresenta una possibile alternativa ai sistemi americani come il Patriot missile system. Se l’Europa dovesse aumentare la produzione di questi sistemi – in particolare dei missili intercettori – si aprirebbero importanti opportunità economiche e diplomatiche per i paesi produttori.
Secondo, il rafforzamento dell’industria della difesa italiana potrebbe contribuire alla costruzione di una capacità industriale europea più autonoma. L’industria italiana è infatti fortemente integrata con quelle francese, tedesca e britannica, e potrebbe diventare uno dei pilastri della futura architettura industriale della difesa europea.
Terzo, l’aumento della produzione militare potrebbe avere effetti anche sull’economia nazionale. L’industria della difesa rappresenta uno dei settori tecnologicamente più avanzati dell’economia italiana e genera importanti ricadute industriali in ambiti civili come aerospazio, elettronica e cybersecurity.
Infine, se questo cambio di passo sarà sostenuto da investimenti stabili e coordinato con gli altri paesi europei, potrebbe contribuire a rafforzare non solo la sicurezza italiana ma anche la capacità dell’Europa di sostenere conflitti prolungati e crisi simultanee. A latere, vanno infine considerato le voci che, dagli Stati Uniti, suggeriscono una maggiore collaborazione con gli alleati europei proprio sulla produzione di munizioni e componenti. Non si può escludere, ma neppure dare per certo al momento, una maggiore cooperazione transatlantica su questo tema.