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Inflazione in risalita: la guerra in Iran colpisce i consumatori europei

3 min di lettura

Cos’è successo?

Il conflitto in Iran si sta trasformando in una guerra ai consumatori europei. A marzo l'inflazione nell'eurozona è balzata al livello più alto da oltre un anno: i prezzi al consumo sono saliti dell'1,2% sul mese e del 2,5% su base annua, contro l'1,9% di febbraio. L'aumento è stato interamente guidato dai prezzi dell'energia: i distributori di carburante hanno trasferito quasi immediatamente il rincaro del petrolio ai prezzi alla pompa. L'inflazione core, quella che esclude energia e cibo, ha addirittura rallentato. Per ora. L'analista di Berenberg Bank Felix Schmidt stima che l'inflazione raggiungerà il picco sopra il 3% nei prossimi mesi e potrebbe salire ben oltre il 4% in caso di un’ulteriore escalation del conflitto.

Perché è importante?

La Bce si trova nella stessa trappola del 2022, aggravata dal fatto che allora reagì in ritardo e oggi non può permettersi di ripetere lo stesso errore. Il tasso sui depositi è fermo al 2% da giugno scorso. Alzarlo significa raffreddare ulteriormente un'economia già stagnante, aumentare il costo dei mutui per milioni di famiglie e rendere più oneroso il debito pubblico per governi. Non alzarlo significa rischiare che l'inflazione energetica si radichi nelle aspettative e si trasmetta a salari e prezzi di tutti gli altri beni. Il segnale che preoccupa di più la Bce non è il dato di marzo, quello è prevedibile e temporaneo. È il balzo registrato nell'indagine mensile della Commissione europea, che mostra una quota significativamente più alta di aziende che pianifica aumenti di prezzo nei prossimi dodici mesi. Quando le imprese iniziano a usare lo shock energetico come copertura per riallineare i listini, l'inflazione smette di essere un fenomeno da offerta e diventa strutturale.

E adesso?

Il Consiglio direttivo della Bce si riunisce il 30 aprile. La maggior parte degli analisti si aspetta che i tassi rimangano fermi al 2%, ma prevede almeno un rialzo entro fine anno in assenza di una rapida risoluzione del conflitto. È in parte il prezzo dell'errore del 2022, quando la Banca centrale europea aspettò troppo a lungo prima di reagire all'inflazione scatenata dall'invasione russa dell'Ucraina. Ciò che l'opinione pubblica europea non ha ancora metabolizzato è la sequenza che si sta innescando: i prezzi dell'energia salgono oggi, quelli del cibo tra sei mesi quando i raccolti prodotti con fertilizzanti più cari arriveranno sugli scaffali, quelli dei beni manufatti progressivamente lungo tutta la catena del valore. Nel frattempo i governi devono scegliere tra proteggere i cittadini con sussidi che non possono permettersi e lasciarli esposti a un'inflazione che la Bce potrebbe essere costretta a combattere alzando i tassi. Questi due meccanismi si scontrano: più i governi spendono per attutire l'impatto, più la BCE è tentata di stringere; più la BCE stringe, più le famiglie già compresse dai prezzi dell'energia si trovano con mutui più cari e credito più difficile. Il conto della guerra in Iran non arriverà in un'unica bolletta. Arriverà a rate, su fronti diversi, per mesi.

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