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Industria della Difesa: l'Europa tra cooperazione industriale in crisi e programmi strategici a rischio
Cosa è successo?
Accanto ai vincitori della spesa militare record, il 2025 ha messo in luce i limiti strutturali della cooperazione industriale europea, in particolare nei grandi programmi congiunti. Il caso più emblematico è il Future Combat Air System (FCAS), il caccia di sesta generazione franco-tedesco-spagnolo, entrato in una fase di stallo a causa delle tensioni tra Dassault Aviation e Airbus su leadership industriale, ripartizione delle competenze e governance. A fine anno, le dichiarazioni pubbliche dei vertici industriali hanno lasciato apertamente in dubbio la sopravvivenza del programma. Parallelamente, Naval Group ha perso una serie di grandi gare export (Canada, Polonia, Norvegia), evidenziando difficoltà competitive proprio mentre altri gruppi europei consolidavano posizioni grazie alla spinta della domanda.
Perché è importante?
Il contrasto è netto: mentre la spesa cresce e alcune aziende prosperano, i grandi programmi cooperativi ad alta complessità tecnologica faticano a reggere pressioni politiche e industriali nazionali. FCAS non è solo un progetto militare, ma un test chiave della capacità europea di sviluppare tecnologie sovrane di fascia alta (aviation combat, sensor fusion, sistemi “system-of-systems”) senza dipendere dagli Stati Uniti. Il suo stallo segnala un rischio più ampio: l’Europa riesce a comprare e produrre rapidamente ciò che è già maturo, ma fatica a governare l’innovazione di lungo periodo quando servono compromessi strategici tra Stati membri. In questo vuoto, programmi alternativi come il GCAP (UK-Italia-Giappone) avanzano con maggiore coesione, spostando il baricentro tecnologico fuori dall’asse UE tradizionale.
E adesso?
Se il 2025 ha dimostrato che l’Europa può spendere “di più e più in fretta”, il nodo del 2026-2030 sarà spendere insieme e meglio. Senza un chiarimento su governance, leadership industriale e condivisione del rischio, i grandi programmi comuni rischiano ritardi cronici o fallimenti, con effetti diretti su autonomia strategica e credibilità geopolitica. Il paradosso è evidente: mai così tante risorse, mai così fragile la cooperazione. La traiettoria futura dipenderà dalla capacità politica di imporre regole chiare e dall’accettazione, da parte dell’industria, che la sovranità europea richiede compromessi reali, non solo bilanci più alti.