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In Italia l'agricoltura produce il 10% dell'elettricità con biogas e biomasse, ma resta dipendente al 65% dal petrolio

Cos’è successo
Gli agricoltori italiani producono il 10% dell'energia elettrica nazionale, attraverso biogas e biomasse di origine interamente domestica. Il paradosso è che questo stesso settore, produttore netto di elettricità rinnovabile, dipende per il 65% dei propri consumi energetici interni dai prodotti petroliferi, quota seconda solo ai trasporti, e ha integrato le rinnovabili soltanto per l'11% del proprio fabbisogno interno.
I consumi agricoli sono rimasti sostanzialmente invariati dal 1990. Nel frattempo, il Piano Nazionale Integrato per l'Energia e il Clima (PNIEC) impone di triplicare quella quota entro il 2030 e di azzerare la dipendenza dai fossili entro il 2050.
Perché conta
Il settore agricolo italiano incarna una contraddizione che il dibattito pubblico fatica a mettere a fuoco: è al tempo stesso un asset della sicurezza energetica nazionale e uno dei comparti più lenti nella propria transizione interna.
- Il 10% dell'energia elettrica nazionale da biogas e biomasse agricole è energia programmabile e interamente domestica, una caratteristica rara nel mix rinnovabile italiano, dominato da solare ed eolico, fonti intermittenti per definizione. Eppure questa infrastruttura è sotto pressione: il taglio del 20% annuo ai Prezzi Minimi Garantiti per gli impianti a fine incentivo rischia di rendere economicamente insostenibili oltre 1.200 impianti di biogas agricolo attivi sul territorio, smantellando filiere costruite in anni di investimenti;
- La dipendenza dal petrolio espone il settore a ogni shock geopolitico sulle rotte energetiche globali. Con il gasolio agricolo sopra 1,20 euro al litro durante le tensioni su Hormuz, e con energia e lubrificanti che pesano intorno ai 6 miliardi di euro annui sui conti delle aziende italiane, ogni escalation internazionale si traduce direttamente in costi di produzione prima ancora di raggiungere i prezzi al consumo. Tra il 2022 e il 2024 l'agricoltura ha sostenuto un aggravio superiore a 6,5 miliardi rispetto alla media del decennio precedente;
- La risposta strutturale è l'agrivoltaico, ma i tempi stringono. Il PNRR ha stanziato 1,1 miliardi per installare 1,04 GW entro giugno 2026, con oltre 700 progetti finanziati. Nel 2024 più del 50% dei pareri VIA rilasciati dal MASE riguardava progetti agrivoltaici, con il 78% di esiti positivi. Eppure il decreto agricoltura del 2024, limitando il fotovoltaico a terra in aree agricole, ha introdotto una contraddizione normativa che rallenta proprio la tecnologia su cui il settore dovrebbe puntare.
Adesso
- Il nodo dei Prezzi Minimi Garantiti va risolto prima dell'estate. Il taglio progressivo fino all'eliminazione dei PMG metterebbe fuori mercato impianti che oggi garantiscono il 10% dell'elettricità nazionale. Smontare questa infrastruttura mentre si insegue l'obiettivo del 63% di rinnovabili al 2030, oggi fermi al 42%, è una contraddizione che il governo dovrà risolvere con norme certe, non con rinvii;
- La scadenza PNRR di giugno 2026 è a rischio. I 700 progetti agrivoltaici finanziati devono fare i conti con iter autorizzativi lenti, normative regionali frammentate e il cortocircuito del decreto agricoltura. Se quella finestra si chiude senza risultati, l'obiettivo di triplicare la quota di rinnovabili nel settore entro il 2030 diventa tecnicamente irraggiungibile;
- Sicurezza energetica e sicurezza alimentare sono la stessa partita. Un settore agricolo dipendente dal petrolio e con un'infrastruttura energetica rinnovabile a rischio smantellamento è vulnerabile su entrambi i fronti. La crisi di Hormuz ha reso visibile quello che i bilanci energetici dicevano già da anni: l'agricoltura non è solo esposta agli shock globali, è uno dei pochi settori in grado di contribuire attivamente a ridurli.