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In 13 anni l'Italia passa dal 78% al 56,5% di autosufficienza sul grano duro, oggi importa quasi metà del fabbisogno
Cos’è successo
Le quotazioni del grano duro di qualità superiore, cioè la categoria "Fino" del listino CUN, sono scese sotto i 300 euro a tonnellata, un livello inferiore ai costi medi di produzione. Chi sta trebbiando il raccolto in queste settimane lo fa quindi in perdita, e il dato colpisce anche se non solo il grano di qualità media o bassa, dato che riguarda proprio la fascia che dovrebbe garantire le quotazioni migliori sul mercato. Dietro il dato congiunturale emerge poi una tendenza strutturale ben più preoccupante per la sovranità alimentare del Paese: dal 2012 al 2025 le superfici italiane coltivate a grano duro si sono ridotte del 10%, e il tasso di autoapprovvigionamento nazionale è sceso dal 78% al 56,5%. Per tornare all'autosufficienza servirebbero oggi oltre 880mila ettari di coltivazioni aggiuntive.
L'Italia dipende ormai dall'estero per quasi la metà del grano duro che trasforma in pasta, un prodotto che resta al tempo stesso uno dei simboli più riconosciuti del made in Italy agroalimentare nel mondo. A complicare il quadro contribuisce anche la dinamica dei mercati globali: per il 2026 è atteso un aumento dell'offerta mondiale di grano duro, che porterà a un ulteriore incremento delle scorte internazionali, con un effetto di pressione al ribasso sui prezzi che rischia di sommarsi alle difficoltà già esistenti sul fronte interno.
Perché conta
Il calo delle superfici coltivate non è un fenomeno isolato, ma si inserisce in un quadro più ampio di terreni sottoutilizzati e strumenti di sostegno ancora parziali rispetto alla dimensione del problema.
- Un deficit produttivo che riguarda tutta la cerealicoltura, non solo il grano duro: il divario tra fabbisogno e produzione nazionale è al 40% per il grano duro, ma sale molto più in alto per il grano tenero e la soia, segno di una fragilità che attraversa l'intero comparto delle materie prime agricole strategiche;
- Un milione di ettari di terreni incolti resta inutilizzato: secondo l'ultimo rapporto del Crea, l'Italia dispone di circa un milione di ettari non coltivati, una riserva di superficie potenzialmente enorme rispetto agli 880mila ettari che mancherebbero per raggiungere l'autosufficienza sul solo grano duro;
- I contratti di filiera restano uno strumento ancora parziale: attualmente coprono circa il 15% delle superfici nazionali a grano duro, pari a circa 180mila ettari, con una crescita dell'11% nell'ultimo anno, ma restano lontani dal poter colmare da soli il divario strutturale segnalato dai dati sull'autoapprovvigionamento.
Adesso
- Il fondo Coltiva Italia raddoppia le risorse per il 2026: gli stanziamenti per i contratti di filiera sul grano duro salgono da 22 a 40 milioni di euro, con l'obiettivo dichiarato di portare le superfici coperte fino a 400mila ettari, circa un terzo del totale nazionale coltivato a grano duro;
- Arriva anche un credito d'imposta dedicato: la misura, valida dal 2026 anche per i contratti già firmati nella campagna in corso, mette a disposizione 10 milioni di euro aggiuntivi per sostenere gli agricoltori che si legano ai pastifici tramite accordi di fornitura;
- Il 15 luglio si apre il confronto istituzionale: durante l'Assemblea estiva dell'associazione agricola, i dati sulla crisi del comparto verranno portati al ministro dell'Agricoltura Lollobrigida, in vista di una strategia di lungo periodo per invertire il calo delle superfici e riportare l'autoapprovvigionamento sopra una soglia di sicurezza.