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Il valore delle proteine animali brasiliane bloccate dall'Ue dal 3 settembre è di 1,8 mld di dollari

Cos’è successo
Dal 3 settembre 2026 il Brasile non può più esportare nell'Unione europea bovini, equini, pollame, uova, prodotti dell'acquacoltura, miele e budella. Il divieto, formalizzato dal Regolamento di esecuzione (UE) 2026/1189 adottato dalla Commissione europea il 4 giugno e pubblicato in Gazzetta ufficiale il 5 giugno, esclude il Brasile dall'elenco dei Paesi terzi autorizzati a esportare determinati animali e prodotti di origine animale destinati al consumo umano, e nasce dalle restrizioni europee sull'uso di alcuni farmaci antimicrobici. Secondo Confagricoltura, la decisione recepisce le segnalazioni presentate da numerosi Stati membri e dalla stessa organizzazione, che da tempo denunciava la disparità tra le regole di produzione brasiliane e quelle europee: negli allevamenti del Paese sudamericano l'uso di antimicrobici e ormoni della crescita resta ben al di fuori degli standard consentiti in Europa, mentre gli allevamenti europei restano soggetti a norme rigorose su benessere animale, tracciabilità della filiera, salubrità del prodotto finale e trasparenza di ogni fase di produzione e macellazione.
La vicenda affonda le radici in un audit ispettivo condotto dalla Direzione Generale per la Salute e la Sicurezza Alimentare nella primavera del 2024, che aveva già rilevato come il sistema di controllo brasiliano non fosse in grado di garantire l'assenza di ormoni promotori della crescita, in primis l'estradiolo 17β, e di residui di antimicrobici nei bovini destinati all'export. Il sistema si basa su dichiarazioni degli operatori che le autorità brasiliane, in particolare il Ministero dell'Agricoltura, della Zootecnia e dell'Approvvigionamento (Mapa), non sono state in grado di verificare in modo affidabile, complice anche l'assenza di una legislazione nazionale che imponga registri di trattamento obbligatori nelle aziende agricole. Il Comitato permanente PAFF aveva votato all'unanimità per la rimozione del Brasile dall'elenco dei Paesi conformi già tra fine 2024 e inizio 2025, ma il regolamento di attuazione è arrivato solo a giugno 2026.
Perché conta
Il provvedimento arriva in un momento delicato per i rapporti commerciali Ue-Mercosur, appena un mese dopo l'entrata in vigore provvisoria dell'accordo tra i due blocchi.
- Il Brasile era l'unico grande esportatore in crescita verso l'Ue: secondo Confagricoltura, nei primi sei mesi del 2026 il Brasile è stato l'unico Paese ad aumentare le proprie esportazioni verso l'Unione, mentre quelle degli altri principali esportatori mondiali sono calate, un dato che secondo l'organizzazione mostra come il Paese stesse guadagnando quote di mercato proprio grazie a standard produttivi meno rigorosi di quelli europei;
- I volumi in gioco sono tutt'altro che marginali: nel 2025 l'Ue ha acquistato dal Brasile proteine animali per circa 1,8 miliardi di dollari, pari a 368.100 tonnellate, confermandosi il secondo mercato delle carni brasiliane dopo la Cina; solo nel primo trimestre 2026 le esportazioni di carne verso l'Ue avevano già raggiunto 508,7 milioni di dollari per 116.500 tonnellate;
- La questione tocca un principio più ampio di reciprocità commerciale: secondo Confagricoltura, il nodo centrale non è soltanto sanitario ma di equità concorrenziale, poiché permettere a un partner commerciale di esportare a condizioni produttive meno onerose mina la competitività delle imprese agricole europee, che devono sostenere costi più alti per rispettare standard più stringenti.
Adesso
Il Brasile promette battaglia diplomatica per ribaltare la decisione: il governo brasiliano ha dichiarato che "adotterà prontamente tutte le misure necessarie per ribaltare questa decisione", in una nota congiunta dei ministeri dell'Agricoltura, del Commercio e degli Affari Esteri, mentre l'Associazione brasiliana delle proteine animali (Abpa) sostiene che il comparto "rispetta già la legislazione europea sull'uso degli antimicrobici";
Il presidente Lula chiede una riapertura parziale e rapida: Luiz Inácio Lula da Silva ha già sollecitato Bruxelles a reinserire il Brasile tra i fornitori certificati almeno per pollo e miele, ma la Commissione ha ribadito che ogni eventuale riapertura passerà da una verifica tecnica delle misure correttive effettivamente adottate dalle autorità brasiliane;
Il danno economico stimato è già considerevole e potrebbe protrarsi a lungo: secondo le prime valutazioni di settore, per il comparto bovino il fermo rischia di durare fino al 2028, con un impatto economico stimato in 1,83 miliardi di dollari, mentre sul fronte del pollame il danno nei primi due mesi di sospensione è già stimato in circa 243 milioni di dollari.