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Il prezzo del grano duro scende a 260 euro a tonnellata dimezzandosi rispetto al picco di 515 euro toccato nel 2022

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Il prezzo del grano duro scende a 260 euro a tonnellata dimezzandosi rispetto al picco di 515 euro toccato nel 2022

Cos’è successo

Il grano duro italiano vive una crisi di redditività che si aggrava di anno in anno: le quotazioni del frumento duro si attestano oggi intorno ai 260 euro a tonnellata, meno della metà rispetto al picco di 515 euro raggiunto a metà 2022. A pesare non è solo il crollo dei ricavi ma anche l'impennata dei costi di produzione, saliti del 10,5% in un solo anno, una forbice che sta comprimendo drasticamente i margini degli agricoltori proprio mentre il Paese fatica a mantenere la propria autosufficienza produttiva.

Il problema si innesta su una tendenza strutturale di lungo periodo: dal 2012 al 2025 le superfici italiane coltivate a grano duro si sono ridotte del 10%, e il tasso di autoapprovvigionamento nazionale è sceso dal 78% al 56,5%, lasciando l'Italia sempre più dipendente dalle importazioni per un prodotto che resta uno dei simboli più riconosciuti dell'agroalimentare italiano nel mondo. Alla vigilia del tavolo convocato dal Masaf per affrontare la crisi, Confagricoltura ha presentato una propria proposta articolata di interventi, chiedendo misure tempestive per tutelare la cerealicoltura nazionale prima che altri agricoltori scelgano di abbandonare la coltura per varietà più remunerative.

Perché conta

Le proposte avanzate da Confagricoltura puntano a intervenire su più fronti contemporaneamente, dalla liquidità delle aziende alla trasparenza per il consumatore finale.

  • Un fondo straordinario dedicato per tamponare l'emergenza: la Confederazione chiede l'istituzione di un fondo specifico per il grano duro, insieme al rafforzamento dei contratti tra produttori e trasformatori, concentrando gli incentivi economici sugli agricoltori piuttosto che sull'industria di trasformazione, attraverso l'eliminazione del de minimis e il superamento della soglia dei 50 ettari per l'accesso ai contributi;
  • L'etichettatura diventa terreno di battaglia per il valore del grano italiano: Confagricoltura propone di rivedere le norme sull'etichettatura della pasta secca, imponendo che l'indicazione del Paese di origine e lavorazione del grano compaia sul fronte della confezione con caratteri di dimensione almeno doppia rispetto a oggi, oltre ad alzare dal 50% al 75% la soglia minima di frumento duro italiano necessaria per usare in etichetta la dicitura "grano italiano";
  • La liquidità delle imprese agricole resta un nodo critico immediato: tra le richieste della Confederazione ci sono interventi per la copertura degli interessi sui finanziamenti, l'attivazione di cambiali agrarie ISMEA, contributi a fondo perduto e la sospensione per dodici mesi delle rate di mutui e altri finanziamenti, misure pensate per dare respiro alle aziende nel breve termine mentre si lavora sulle riforme strutturali.

Adesso

  • I contratti di filiera potrebbero restringersi al solo grano 100% italiano destinato alla pasta: tra le proposte più specifiche di Confagricoltura c'è quella di limitare l'incentivo ai contratti di filiera esclusivamente al frumento duro destinato a semole e pasta con grano interamente italiano, escludendo quindi le miscele con grano importato;
  • Il tavolo del Masaf dovrà tradurre le proposte in misure concrete: il confronto con il ministro dell'Agricoltura rappresenta il banco di prova per capire quali delle richieste avanzate da Confagricoltura, dal fondo straordinario alla revisione dell'etichettatura, troveranno effettivo spazio nei prossimi provvedimenti;
  • La sfida resta quella di valorizzare la qualità senza perdere altre superfici coltivate: secondo Confagricoltura le misure proposte garantirebbero un premio economico ai produttori più virtuosi e maggiore stabilità di quantità e prezzi su un orizzonte pluriennale, un obiettivo dichiarato per fermare l'erosione delle superfici a grano duro prima che diventi irreversibile.

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