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Il Pentagono spende solo l'1-3% del proprio budget in vera innovazione, mentre la rapidità tecnologica impone aggiornamenti rapidi

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Il Pentagono spende solo l'1-3% del proprio budget in vera innovazione, mentre la rapidità tecnologica impone aggiornamenti rapidi

Cos’è successo

Il Dipartimento della Difesa statunitense acquista armi e tecnologia militare, missili, droni, i software che li governano, con una lentezza che stride con il ritmo dell'innovazione commerciale: individuare la soluzione a un problema richiede tipicamente anni, e altri anni servono per acquistarla in quantità sufficiente. Il risultato, denuncia in un'analisi un ex dirigente Apple diventato poi responsabile dell'innovazione della difesa al Pentagono, è che quando l'equipaggiamento arriva sul campo è già tecnologicamente superato, come se si potesse comprare oggi uno smartphone rimasto fermo alle specifiche di tre generazioni prima.

Il problema non è teorico: l'Ucraina produrrà quest'anno circa 7 milioni di droni, aggiornandone il software ogni settimana e modificando l'hardware ogni poche settimane per adattarsi ai cambiamenti sul campo. Gli Stati Uniti hanno acquistato appena 4.000 piccoli droni nel 2024, e pur dichiarando di averne comprati circa dieci volte tanto nel 2025, molti di quei modelli restano datati e privi degli aggiornamenti necessari ad affrontare minacce come il jamming GPS. Nel frattempo la Cina ha avviato un massiccio riarmo, aumentando la produzione di navi, satelliti, missili e droni, e persino l'Iran è riuscito quest'anno a chiudere di fatto lo Stretto di Hormuz sfruttando nuove tecnologie, nonostante la sproporzione di forze con gli Stati Uniti.

Perché conta

Il sistema di acquisizione militare americano affonda le proprie radici in una legge del 1947, pensata per la Guerra Fredda ma appesantita nei decenni da regole via via più rigide dopo scandali e sprechi, fino a diventare oggi un ostacolo strutturale.

  • Le regole sono pensate per armi tradizionali, non per la tecnologia commerciale: i processi di definizione dei requisiti producono documenti di centinaia di pagine che descrivono esattamente il prodotto desiderato invece di lasciare che siano gli esperti del settore tecnologico a determinare come applicare al meglio le nuove tecnologie, un approccio che funziona per capacità consolidate ma fallisce di fronte a una tecnologia che si muove al ritmo di un mercato guidato da miliardi di consumatori globali;
  • Il budget federale blocca i progetti anni prima che siano pronti: il processo di bilancio del Congresso e del Dipartimento della Difesa fissa design di prodotto specifici con almeno due anni di anticipo, e l'integrazione di quel prodotto nella pianificazione militare non comincia nemmeno prima che il processo di acquisizione sia completato, rendendo quasi impossibile per il Pentagono scommettere su tecnologie davvero nuove o adattarsi alla velocità crescente della guerra;
  • Il sistema premia la cautela, non il risultato: i funzionari degli approvvigionamenti sono incentivati a non uscire mai dagli schemi, perché se un sistema presenta difetti o sforamenti di costo rischiano indagini del Congresso e persino il posto di lavoro, mentre se i soldati muoiono o l'esercito perde per mancanza di innovazione nessuno torna indietro di cinque anni a cercare il funzionario la cui eccessiva prudenza ha contribuito a quel risultato.

Adesso

  • La Defense Innovation Unit ha dimostrato che un modello diverso è possibile: nata nel 2015 e rilanciata nel 2023 sotto la guida diretta del segretario della Difesa, la DIU ha raggiunto tra il 2017 e il 2023 un tasso di successo superiore al 50% su centinaia di progetti, contribuendo a far decollare aziende come Anduril; il caso di Saronic, startup di droni marittimi guidata da un ex Navy SEAL, mostra la velocità possibile: contratto prototipo a luglio, test superati a dicembre, un contratto navale da 392 milioni di dollari a metà 2025 e una valutazione di 9,25 miliardi di dollari raggiunta a marzo 2026 dopo un round di investimento da 1,75 miliardi;
  • I capitali privati nella difesa sono esplosi, ma restano marginali nel budget federale: nel 2025 i fondi di venture capital hanno investito tra i 30 e i 50 miliardi di dollari nella tecnologia della difesa, contro meno di 10 miliardi nel 2020, con oltre 35 miliardi già investiti nella sola prima metà del 2026; nonostante questo slancio, solo tra l'1% e il 3% del budget della difesa statunitense viene speso in tecnologie davvero innovative, e appena un terzo dell'1% dei contratti sfrutta le autorità di acquisizione flessibili che hanno reso possibile il successo della DIU;
  • Servono riforme strutturali, non solo aggiustamenti isolati: tra le proposte concrete figurano destinare una quota fissa, circa il 20% del budget attuale di ricerca e approvvigionamento, a settori come sistemi autonomi, intelligenza artificiale, biotecnologie e calcolo quantistico, riformare drasticamente i tempi di assunzione del personale tecnico, oggi tra i 6 e i 18 mesi, e cambiare gli incentivi di carriera dei funzionari perché premino il rischio calcolato invece di punire ogni fallimento, in un contesto in cui tensioni con gli alleati su dazi, Groenlandia e accesso limitato ai modelli IA più avanzati rischiano di minare proprio quella cooperazione internazionale necessaria a competere con l'ecosistema industriale cinese.

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