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Il Parlamento Ue propone di estendere la tassa sul carbonio dalle materie prime ai beni finiti, 3 conseguenze per le imprese
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Cos’è successo
Il 15 settembre il Parlamento europeo ha approvato la posizione negoziale per l'estensione del Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) ai prodotti a valle della filiera (downstream) in modo da ampliare l'elenco dei prodotti coperti dal meccanismo e includere specifici beni in acciaio e alluminio, tra prodotti finiti e semilavorati.
Il Parlamento ha inoltre rafforzato le norme contro la circonvenzione del meccanismo. La posizione approvata dal Parlamento comprende 457 prodotti. Dal 1° gennaio scorso il CBAM è entrato nella sua fase definitiva e riguarda cemento, ferro e acciaio, alluminio, fertilizzanti, elettricità e idrogeno.
Perché conta
- Il CBAM è il meccanismo che introduce una sorta di dazio sulle merci ad alta intensità di CO2 provenienti dall’esterno dell’Unione europea. In sostanza, il CBAM applica un prezzo alle emissioni di CO2 incorporate in alcuni prodotti importati. Vuole evitare che le imprese europee soggette all'ETS (il sistema comunitario che mette un prezzo alle emissioni di CO2) siano penalizzate rispetto ai concorrenti extra-europei e che si verifichi il fenomeno del carbon leakage, cioè la delocalizzazione della produzione inquinante nei Paesi che non si sono dotati di politiche rigorose sul contenimento delle emissioni. È la prima delle tre conseguenze principali dell'estensione: rende meno conveniente spostare la produzione fuori dai confini Ue;
- Limitare il CBAM ai materiali di base rischiava di lasciare spazio a strategie in cui la fase di trasformazione industriale viene spostata fuori dall'Unione europea e il prodotto finito viene poi importato;
- Un'altra questione è il costo della transizione energetica per l'industria europea. Con l'entrata a regime del CBAM, le quote gratuite di CO2 previste dall'ETS per i settori interessati vengono progressivamente eliminate, mentre aumenta il costo della CO2 sulle importazioni. Il problema è rilevante soprattutto per le aziende europee che esportano fuori dall'Unione europea, perché i concorrenti sui mercati internazionali potrebbero non dover sostenere un onere simile. Il Parlamento vuole affrontare questo problema attraverso il Temporary Decarbonisation Fund, estendendolo al periodo 2027-2029 (anziché solo dal 2028): si tratta di un fondo destinato a sostenere le industrie europee esposte al rischio di perdita di competitività durante la transizione verso un'economia low-carbon. È la seconda conseguenza diretta della riforma: un maggior costo competitivo per chi vende fuori dall'Unione, solo parzialmente compensato dal fondo.
Adesso
- La posizione del Parlamento non è la legge definitiva e saranno avviate le trattative con i Paesi membri. Le aziende, però, dovranno cominciare a prepararsi anche se l'elenco definitivo dei prodotti soggetti al CBAM non c'è ancora: dovranno inoltre mappare le loro filiere, verificare magari la quantità di acciaio e alluminio incorporata nei prodotti, valutare le emissioni associate e stimare l'esposizione finanziaria al CBAM. L'estensione potrebbe coinvolgere migliaia di imprese attualmente non soggette agli obblighi del meccanismo;
- Per gli importatori, questa estensione del meccanismo potrebbe comportare nuovi obblighi amministrativi e un costo legato alle emissioni incorporate nei prodotti. Per i produttori europei di beni primari, invece, il nuovo perimetro dovrebbe ridurre il rischio di concorrenza "ambientalmente sleale" da parte dei beni realizzati fuori dall'Unione con materiali e processi ad alta intensità di carbonio. È la terza conseguenza, forse la più immediata: un carico di adempimenti nuovo per migliaia di imprese finora escluse dal perimetro del CBAM.
- Il fondo per la decarbonizzazione potrebbe fornire un sostegno agli investimenti necessari a ridurre le emissioni e compensare, almeno in parte, la perdita progressiva delle quote gratuite ETS.