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Il paradosso dell'agricoltura indiana, 260 milioni di lavoratori e solo il 15% del Pil

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Il paradosso dell'agricoltura indiana, 260 milioni di lavoratori e solo il 15% del Pil

Cos’è successo

L'agricoltura indiana ha percorso molta strada dagli anni Cinquanta e Sessanta, quando il Paese dipendeva dagli aiuti alimentari esteri, ed è oggi un esportatore netto di prodotti alimentari. Restano però grandi inefficienze. L'India coltiva un terzo di terra in più rispetto alla Cina, ma ne ricava appena un terzo del valore del raccolto, secondo un'analisi di Unupom Kausik di Olam, gruppo agroalimentare quotato a Singapore. Il settore impiega quasi la metà dei lavoratori, circa 260 milioni di persone, ma contribuisce solo al 15% della produzione e al 12% delle esportazioni, mentre servizi alle imprese come call center e informatica occupano meno dell'1% degli addetti e generano il 7% del PIL e quasi un quarto dell'export.

Le rese indiane sono inferiori alla media mondiale per quasi tutte le colture. Portarle alla media globale farebbe dell'India un attore enorme sui mercati delle materie prime: l'eccedenza di riso prodotta sarebbe superiore all'intero commercio mondiale attuale del cereale. Se invece le rese raggiungessero quelle dei migliori produttori, l'India produrrebbe il doppio del mais, il triplo del cotone e otto volte il riso e i legumi oggi scambiati tra Paesi. I redditi agricoli, intanto, restano da decenni intorno a un terzo di quelli non agricoli.

Perché conta

Il nodo, secondo l'analisi, è che i governi indiani hanno trattato l'agricoltura come uno strumento di welfare invece che come un motore di crescita.

  • I sussidi pesano sulla produzione senza arricchire gli agricoltori: uno studio dell'OCSE del 2018 ha rilevato che, nonostante sussidi ingenti, l'effetto netto di regolamenti e restrizioni commerciali era una riduzione del 6% dei ricavi lordi agricoli; ogni anno l'India spende circa 2mila miliardi di rupie in sussidi alimentari e quasi altrettanti in sussidi ai fertilizzanti, contro appena 95 miliardi per ricerca e sviluppo agricolo, meno dello 0,7% del PIL agricolo;
  • Le riforme sbagliate o imposte dall'alto hanno reso il tema politicamente tossico: la demonetizzazione del 2016, che ritirò le banconote di grosso taglio pari all'86% del valore del circolante, ha danneggiato l'economia rurale basata sul contante; nel 2020 un pacchetto di riforme agricole sensate, approvato in Parlamento senza consultazioni, ha innescato una protesta di un anno degli agricoltori che ne ha imposto il ritiro, lasciando ampie aree della politica agricola troppo delicate perché il governo centrale vi metta mano;
  • Il governo interviene sui prezzi in modo da penalizzare i produttori: limiti alle scorte, sospensione dei mercati dei futures, divieto di esportare grano nel 2022 e quasi tutte le varietà di riso nel 2023 impediscono agli agricoltori di guadagnare quando i prezzi salgono, e a beneficiarne sono soprattutto i più abbienti, dato che gli 800 milioni di indiani più poveri ricevono grano gratuito dallo Stato.

Adesso

  • Il nuovo ministro dell'Agricoltura può replicare il modello del Madhya Pradesh: Shivraj Singh Chouhan, nominato da Modi dopo il deludente risultato elettorale, ha governato lo Stato investendo in irrigazione, strade rurali e magazzini, spingendo gli agricoltori verso l'orticoltura e facilitando la vendita fuori dai mercati statali; tra il 2005 e il 2023 il PIL agricolo dello Stato è cresciuto in media del 7% annuo, contro il 3,8% nazionale;
  • Le priorità infrastrutturali sono note e redditizie: circa metà dei terreni agricoli indiani dipende dalla sola pioggia, la capacità di stoccaggio al freddo copre appena il 10% dei prodotti deperibili e le perdite post-raccolta arrivano fino al 6% dei cereali, al 12% delle verdure e al 15% della frutta; meno del 10% del cibo prodotto viene trasformato, contro il 30% della Thailandia e il 70% del Brasile, e la maggior parte dell'export è fatta di materie prime non lavorate e senza marchio;
  • Restano vincoli che nessun ministro può rimuovere in fretta: la dimensione media delle aziende, poco più di un ettaro, limita la meccanizzazione, mentre gli effetti del cambiamento climatico renderanno l'adattamento impossibile senza avanzamenti scientifici, un motivo in più per spostare risorse dai sussidi alla ricerca.

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